Il Papa ai filippini: «Non smettete l’opera di evangelizzazione»

La Messa nei 500 anni di evangelizzazione delle Filippine. «È bella e attraente una Chiesa che ama il mondo senza giudicarlo e che per il mondo dona se stessa»

Nell’aprile 1521 Ferdinando Magellano raggiunse le Filippine e sull’isola di Cebu convertì al cristianesimo il re Humabon, sua moglie e ottocento sudditi. Da allora i filippini, terzi per il numero di cattolici nel mondo, continuano a diffondere il Vangelo. Sono oltre dieci milioni i migranti che «lavorano e seminano la fede» nei cento Paesi in cui risiedono. «Una beata malattia genetica da conservare», ha esortato Papa Francesco che ieri, quarta domenica di Quaresima – detta “domenica laetare”, ossia “domenica della gioia” -, ha presieduto la Messa nella basilica di San Pietro in occasione dei 500 anni dell’evangelizzazione delle Filippine.

Come accaduto durante altri incontri con i fedeli filippini, ha definito le donne «contrabbandiere» di fede dai cui volti, canti e preghiere traspare la gioia dell’annuncio evangelico. Le stringenti norme anti Covid-19 hanno consentito l’accesso in basilica a una piccola rappresentanza di fedeli delle comunità filippine di Roma, molti dei quali indossavano abiti tradizionali, come gli otto che hanno aperto la processione all’altare portando la croce di Magellano e la venerata statuetta del Santo Niňo.

Bergoglio ha più volte ringraziato i filippini, la cui «presenza discreta e laboriosa» nelle famiglie romane, e non solo, «ha saputo farsi anche testimonianza di fede». Sull’esempio di Maria e di Giuseppe, svolgono un «servizio umile e nascosto, coraggioso e perseverante». Da qui l’invito a «non smettere l’opera di evangelizzazione, che non è proselitismo – ha sottolineato il Papa -, è un’altra cosa. Quell’annuncio cristiano che avete ricevuto è sempre da portare agli altri; il Vangelo della vicinanza di Dio chiede di esprimersi nell’amore verso i fratelli; il desiderio di Dio che nessuno vada perduto domanda alla Chiesa di prendersi cura di chi è ferito e vive ai margini». Guardando proprio alla missione della Chiesa, Francesco ha ricordato che, come Dio fattosi uomo ha donato se stesso, così la Chiesa «non è inviata a giudicare ma ad accogliere, non deve imporre ma seminare, non è chiamata a condannare ma a portare Cristo che è la salvezza».

Logo per i 500 anni di evangelizzazione delle Filippine "Gifted to Give", 2021La missionarietà è alla base della pastorale filippina, che non a caso per le celebrazioni giubilari ha scelto il tema “Gifted to give”, che evoca il «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» del Vangelo di Matteo. L’incoraggiamento di Bergoglio ai fedeli filippini è stato a proseguire «su questa strada», a non aver «paura di annunciare il Vangelo, di servire, di amare. È bella e attraente una Chiesa che ama il mondo senza giudicarlo e che per il mondo dona se stessa», ha aggiunto il Papa, augurandosi che questo avvenga «in ogni parte della terra».

Commentando il Vangelo di Giovanni proposto dalla liturgia, in cui Gesù dice a Nicodemo che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito», il Papa ha osservato che in questa frase c’è «il vero volto di Dio» che è quello di un Padre che ama sempre. «Se l’ascolto del Vangelo e la pratica della nostra fede non ci allargano il cuore per farci cogliere la grandezza di questo amore – ha proseguito Francesco -, e magari scivoliamo in una religiosità seriosa, triste, chiusa, allora è segno che dobbiamo fermarci un po’ e ascoltare di nuovo l’annuncio della buona notizia: Dio ti ama così tanto da darti tutta la sua vita. Non è un dio che ci guarda indifferente dall’alto ma è un Padre innamorato che si coinvolge nella nostra storia; non è un dio che si compiace della morte del peccatore ma un Padre preoccupato che nessuno vada perduto; non è un dio che condanna ma un Padre che ci salva con l’abbraccio benedicente del suo amore».

Un amore che non è espresso solo a parole ma che si è concretizzato con il dono di sé, perché «chi ama esce sempre da se stesso», ha ripetuto due volte il Papa. Ricalcando l’Inno alla carità di san Paolo, ha affermato che «l’amore sempre si offre, si dona, si spende, frantuma il guscio dell’egoismo, rompe gli argini delle sicurezze umane troppo calcolate, abbatte i muri e vince le paure, per farsi dono. Chi ama è così: preferisce rischiare nel donarsi piuttosto che atrofizzarsi trattenendosi per sé. Non conta solo ciò che possiamo produrre o guadagnare, conta soprattutto l’amore che sappiamo donare». La sorgente della gioia cristiana sta proprio nell’amore di Dio che ha donato suo Figlio, ha proseguito Bergoglio pensando al viaggio in Iraq, dove «un popolo martoriato ha esultato di gioia; grazie a Dio, alla sua misericordia».

Al termine della liturgia il cardinale Luis Antonio Tagle, filippino, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli – che con il cardinale vicario Angelo De Donatis ha affiancato il Papa durante la consacrazione – ha ricordato che, «per grazia di Dio, i cristiani filippini hanno continuato a ricevere la fede, una fonte di speranza di fronte alla povertà, alla disuguaglianza economica, agli sconvolgimenti politici, ai tifoni, alle eruzioni vulcaniche, ai terremoti e persino all’attuale pandemia». Con commozione ha parlato della nostalgia di casa e della famiglia che si cerca di alleviare rivolgendosi alle parrocchie, una «seconda casa. Quando non c’è nessuno con cui parlare, si apre il cuore a Gesù nel Santissimo Sacramento». La preghiera del porporato è che «attraverso i migranti filippini, il nome di Gesù, la bellezza della Chiesa e la giustizia, la misericordia e la gioia di Dio, possano raggiungere i confini della terra».

15 marzo 2021