Il Papa al Congresso Usa: no a ogni forma di violenza

Nel suo storico discorso Francesco, primo pontefice in questa sede, scuote l’America. «L’economia non prevalga sull’uomo». No a pena di morte e commercio di armi

Nel suo storico discorso Francesco, primo pontefice in questa sede, scuote l’America. «L’economia non prevalga sull’uomo». No a pena di morte e commercio di armi

«Cari amici, grazie per l’invito a questa sessione riunita del Congresso nella terra dei Liberi e nella Casa dei Coraggiosi». È iniziato così, con una citazione dell’Inno nazionale americano, lo storico e probabilmente il più atteso dei discorsi di Francesco negli Usa. Un intervento più volte applaudito, pronunciato da «figlio di questo grande continente», nella National Hall di Washington, davanti al Congresso. Al centro, il tema della libertà, della difesa dei diritti umani, l’invito all’accoglienza, ma anche un netto e deciso no a ogni forma di violenza, alla pena di morte, al commercio delle armi e, più in generale, a un’economia che prevale sull’uomo. Davanti al pontefice, i ritratti dei grandi legislatori americani e al centro Mosè, l’unico che guarda diritto, mentre gli altri sono rappresentati di profilo. Dialogando, in qualche modo, con il liberatore del popolo d’Israle, Francesco lo ha richiamato come immagine sintetica del lavoro del Congresso statunitense. «A voi – ha detto – viene richiesto di proteggere, con gli strumenti della legge, l’immagine e la somiglianza modellate da Dio su ogni volto umano».

Parlando, attraverso il Congresso, all’intero popolo americano, il Papa ha scelto di declinare a tutto tondo l’invito alla «responsabilità» intessendolo con la storia stessa degli Stati Uniti d’America attraverso quattro grandi personaggi americani: l’ex presidente Abraham Lincoln, «guardiano della Libertà», il reverendo Martin Luther King e il suo celebre sogno di un’America giusta («Il suo sogno continua a ispirarci tutti, e sono felice che l’America continui per molti a essere una terra di sogno»), la giornalista e attivista anarchica Dorothy Day, fondatrice del Movimento lavoratori cattolici, e lo scrittore e religioso Thomas Merton, grande sostenitore del dialogo. Tutti loro, ha sottolineato Francesco, sono stati «capaci di costruire un futuro migliore» e «hanno dato forma a valori fondamentali che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano. Un popolo con questo spirito – il suo tributo all’America – può attraversare molte crisi, tensioni e conflitti, mentre sempre sarà in grado di trovare la forza per andare avanti e farlo con dignità».

Di qui il messaggio ancora attuale per gli Stati Uniti: «Una nazione può essere considerata grande quando difende la libertà, come ha fatto Lincoln; quando promuove una cultura che consenta alla gente di sognare pieni diritti per tutti i propri fratelli e sorelle, come Martin Luther King ha cercato di fare; quando lotta per la giustizia e la causa degli oppressi, come Dorothy Day ha fatto con il suo instancabile lavoro, frutto di una fede che diventa dialogo e semina pace nello stile contemplativo di Thomas Merton». In un mondo «sempre più luogo di violenti conflitti, odi e brutali atrocità, commesse perfino in nome di Dio e della religione», Francesco mette in guardia da ogni forma di fondamentalismo: «Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di inganno individuale o estremismo ideologico». Serve un «delicato equilibrio» che passa anche dalla capacità di non dividere il mondo tra «giusti» e «peccatori». E indica un triplice imperativo per fare fronte alle «molte crisi economiche e geopolitiche» di oggi: «Restaurare la pace, rimediare agli errori, mantenere gli impegni». Per il pontefice, è necessario ascoltare «la voce della fede», per «eliminare le nuove forme globali di schiavitù».

Non teme di entrare direttamente in campo, Francesco, rimarcando che «se la politica dev’essere veramente al servizio della persona umana, non può essere sottomessa al servizio dell’economia e della finanza». La politica, ha sottolineato davanti al Congresso, è «espressione del nostro insopprimibile bisogno di vivere insieme in unità, per poter costruire uniti il più grande bene comune: quello di una comunità che sacrifichi gli interessi particolari per poter condividere, nella giustizia e nella pace, i suoi benefici, i suoi interessi, la sua vita sociale». Nessun timore dunque degli stranieri, perché «molti di noi una volta eravamo stranieri». Nonostante il mondo stia fronteggiando flussi di rifugiati «che non si vedevano dalla seconda guerra mondiale», ha evidenziato, la “ricetta” è la stessa da sempre: non «scartare» ma seguire la regola del Vangelo. In particolare Francesco ha fatto riferimento a quel «Fai agli altri ciò che vorresti che gli altri facessero a te» che ha definito «regola d’oro». In una parola, «trattiamo gli altri con la medesima passione e compassione con cui vorremmo essere trattati. Se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità».

Netto il no del Papa alla pena di morte: «Ogni vita è sacra, ogni persona umana è dotata di una inalienabile dignità, e la società può solo beneficiare dalla riabilitazione di coloro che sono condannati per crimini». E altrettanto netto l’invito a creare una «cultura della cura», per portare la speranza a chi intrappolato nel «cerchio della povertà» e della fame». Attraverso un’economia «moderna, inclusiva e sostenibile», al «servizio al bene comune» e rispettosa del creato. Citando più volte la Laudato si’, Francesco ha sottolineato l’urgenza di «cambiare rotta» per «evitare gli effetti più seri del degrado ambientale causato dall’attività umana. Possiamo fare la differenza», ha affermato, convinto che gli Usa «hanno un ruolo importante da giocare». Quindi, riferendosi indirettamente ai rinnovati rapporti con Cuba, ha esortato alla costruzione di «ponti», citando a modello il monaco cistercense Thomas Merton, «promotore di pace tra popoli e religioni». Un buon leader politico, ha osservato tra gli applausi del Congresso, opta sempre per «iniziare processi più che possedere spazi. Essere al servizio del dialogo e della pace significa anche essere veramente determinati a ridurre e, nel lungo termine, a porre fine ai molti conflitti armati in tutto il mondo». Quindi ha esortato a fermare il traffico di armi, che frutta «denaro intriso di sangue, spesso innocente». In un «vergognoso e colpevole silenzio».

Lo sguardo di Francesco è andato quindi al meeting mondiale delle famiglie di Filadelfia, dove sarà sabato 26 e domenica 27. Senza citare mai espressamente  l’ideologia del gender, ha fatto riferimento alle nuove minacce verso questa realtà che «forse come mai in precedenza» la «assediano dall’interno e dall’esterno»: relazioni «fondamentali» sono state «messe in discussione, come anche la base stessa del matrimonio e della famiglia». Riguardo ai giovani invece, «intrappolati» a volte «in un labirinto  senza speranza, segnato da violenze, abusi e disperazione», ha fatto appello a un sano realismo: «I loro problemi sono i nostri problemi. Non possiamo evitarli». L’auspicio: che il maggior numero possibile di giovani possa «dimorare in una terra che ha ispirato così tante persone a sognare».

25 settembre 2015