Il rabbino Di Segni e il vescovo Spreafico a confronto su “Immaginare la pace”

Nuovo ciclo di incontri sul dialogo ebraico-cristiano. Il presule: «Se è difficile decifrare la storia, la Bibbia ci aiuta a immaginare cose che da soli non sapremmo immaginare»

L’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso che ha riacceso il conflitto israelo-palestinese «non fa che ripetere uno schema antichissimo» secondo il quale «quando si fa la guerra si prendono i prigionieri», che anche in passato, come bottino di guerra, «si riducevano in schiavitù oppure diventavano merce di scambio». A dirlo guardando ai fatti attuali in relazione al «primo prigioniero di guerra nella Bibbia, cioè Lot, il nipote di Abramo», è stato ieri sera, 6 novembre, il rabbino capo Riccardo Di Segni, intervenendo al primo incontro del ciclo di studio sul dialogo ebraico-cristiano intitolato “Comprendere il tempo alla luce della Bibbia ebraica”. Promosso dall’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e i nuovi culti, l’evento ha avuto luogo nella sala conferenze della parrocchia di Santa Maria in Trastevere e ha visto la partecipazione, tra gli altri, del vescovo Daniele Libanori, ausiliare per il settore Centro, e del vescovo Riccardo Lamba, delegato per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. “Immaginare la pace” il tema che ha orientato le riflessioni del rabbino capo della Comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni e del vescovo di Frosinone-Veroli Ferentino e di Anagni-Alatri Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale del Lazio e biblista.

«Abramo non prega per la pace e non fa una trattativa di pace – ha spiegato Di Segni – ma arma i suoi e si va a riprendere il nipote catturato. Quindi non abbiamo in quel brano biblico una critica alla guerra ma un evento bellico» come avviene «sulle rive del Mare dei Giunchi, erroneamente chiamato Mar Rosso, quando gli Ebrei in fuga hanno alle spalle l’esercito egiziano mentre loro non sono ancora attrezzati alla guerra e soprattutto non hanno esperienza di guerra». In questo caso, però, c’è una particolarità che il rabbino ha evidenziato: «Viene detto a Mosè: “È il Signore che combatterà per voi”, tanto che nella cantica del mare c’è l’espressione “Il Signore è un uomo di guerra”». Una volta scappati nel deserto, gli Ebrei vengono però attaccati dai predoni e si trovano a combattere in prima persona contro Amalek, «il nemico giurato e la rappresentazione del male». Infine, il richiamo del rabbino capo a re Saul, «incaricato di combattere il re degli amalechiti, che lui risparmia, perdendo per questa azione il regno», e a David, il successore di Saul, che «non è un pacifista, anzi, in tutta la sua vita non ha fatto altro che condurre delle guerre e non potrà costruire il Tempio di Gerusalemme proprio perché aveva le mani sporche di sangue». Quindi Di Segni ha tratto la conclusione per cui «nella logica biblica c’è questo schema fondamentale che le guerre si fanno e in alcuni casi sono più che necessarie, addirittura sono doverose fino alla sconfitta totale del nemico», però allo stesso tempo «è proprio nella Bibbia che emergono dei messaggi grandiosi di riflessione sul tema della guerra e il più significativo è nella profezia di Isaia». Riprendendo il profeta, Di Segni ha notato che «l’ideale di pace biblico, che si costruisce con la giustizia, non è un irenismo generico ma si basa sull’idea chi bisogna costruire un tipo di società differente». Da ultimo, il monito che Di Segni ha rivolto a quanti possono «osservare i fatti recenti come spettatori, mentre noi li stiamo vivendo con il rischio personale: gli spettatori non facciano i giudici affrettati».

Anche il vescovo Spreafico ha richiamato nel suo intervento il profeta Isaia, osservando come «nell’Antico Testamento si affaccia un anelito di pace e si invita ad accogliere quella Parola che aiuta a realizzarla», perché laddove «è difficile decifrare la storia, la Bibbia ci aiuta a immaginare cose che noi da soli non sapremmo immaginare, come l’annuncio di un Bambino quale salvatore, con la vittoria della debolezza su un creato che non è riuscito a far vivere i suoi esseri viventi insieme. E quando si immaginano, certe cose si iniziano già a costruire». Per il presule, infatti, «la parola di Dio è profezia perché fa intravedere il futuro e anche perché invita a costruirlo».

Affidate a monsignor Marco Gnavi, responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e i nuovi culti, le conclusioni. «L’ascolto reciproco ci dice moltissimo sulla ricchezza del Primo Testamento e sulla complessità nella quale siamo immersi oggi, che è una domanda che non possiamo fuggire e che ha bisogno di scelte sagge», ha detto il sacerdote, sottolineando l’importanza di ricercare «una fraternità spirituale sincera, che non nega i problemi ma che ci deve trovare accanto gli uni agli altri».

7 novembre 2023