Il rapporto genitori-figli, da Edipo a Narciso

Gli effetti sul conflitto in famiglia prodotti da un modello basato sul mercato. Valorizzare i luoghi dove l’«io» è costretto a cedere il passo al «noi»

Sabato pomeriggio ho presentato un piccolo libro sugli insegnanti, nato anche grazie all’esperienza di questa rubrica. Abbiamo parlato di scuola, del mandato degli insegnanti, ma soprattutto abbiamo parlato dei ragazzi, di come sono cambiati, delle questioni complesse che ci pongono, del perché sembra a tutti così complicato venirne a capo. A riguardo è emersa una chiave di lettura che mi pare preziosa.

Fino all’altro ieri, e per tutta la seconda metà del Novecento, il rapporto tra genitori e figli si è mosso secondo una dialettica di tipo edipico. Le generazioni dei figli si sono trovate di volta in volta (con picchi in snodi significativi come il ’68) di fronte a un modello genitoriale da contestare, abbattere, superare; un modello da intendere anche come culturale, politico, sociale, contro il quale entrare in lotta ma per poi, secondo un principio dialettico, riformularlo  secondo un nuovo paradigma. Esisteva dunque il conflitto, ma esisteva anche un “continuum” dato dall’orizzonte valoriale che, anche nel momento della negazione, rimaneva comunque al centro dell’attrito generazionale.

 Oggi, complice il globale prevalere del mercato e del consumo, le ultimissime generazioni si sono autodefinite secondo un modello non più edipico bensì “narcisistico. La legge intimamente individualistica sottesa a un modello basato sul mercato e sul consumo e quindi sull’interesse personale ha cioè partorito nuove generazioni dove lo scontro dialettico con il passato in fondo non interesserebbe più, perché il proprio sistema si basa unicamente sulla legittimazione di se stessi, in una condizione del tutto impermeabile alla dialettica generazionale.

Un ragionamento del genere potrebbe apparire come un’astrazione sociologica ma in realtà è convincente alla verifica dell’esperienza. Basti pensare al nostro passato, quando da adolescenti il conflitto con i genitori era costitutivo del vivere quotidiano, a partire dalle piccole battaglie per la libertà personale, fino alla contestazione e al desiderio di riformulazione di strutture come la scuola, la politica, i rapporti sociali, ovvero del vivere comune.

Oggi, qualsiasi adolescente, con rare eccezioni, vive nella contemplazione e nella definizione continua della propria area dell’io, educato da una società basata sul desiderio personale, chiuso all’alterità dell’altro, complice anche un uso distorto degli strumenti digitali, e quindi in uno stato narcisistico, unicamente chinato sulla preservazione del proprio spazio. Ecco dunque che non interessa più contestare o desiderare la riformulazione di quanto costruito dalla generazione precedente, anche nei termini del vivere collettivo, perché in fondo ciò che conta è il mantenimento del proprio universo di interesse personale.

Quale il possibile argine a una deriva che spiega anche gran parte del senso di estraneità che avvertiamo con questi ragazzi, disagio questo ben rappresentato da quella lagnosa domanda che noi tutti adulti abbiamo almeno una volta posto: «Ma possibile che non ti interessi niente di niente?». Ecco, io credo che mai come oggi l’antidoto a tutto ciò sia da cercare nei luoghi dove la relazione e il senso stesso della collettività sia costitutivo, ovvero la scuola, i contesti educativi, le aggregazioni sociali, quei posti cioè dove per natura l’«io» è costretto a cedere il passo al “noi”.

9 ottobre 2019