Immigrati, «maestri di resistenza»

Presentate le anticipazioni del 31° Dossier statistico immigrazione a cura di Idos, che sarà diffuso a livello nazionale il 28 ottobre. Nella pandemia sono diventati più poveri, sfruttati ed emarginati ma hanno continuato a pagare tasse, a inviare i risparmi alle famiglie all’estero, ad avviare attività

Gli effetti della pandemia sulle categorie più fragili ed emarginate della popolazione italiana, tra cui gli immigrati. Partono da qui le anticipazioni del 31° Dossier statistico immigrazione a cura di Idos – in collaborazione con Confronti e Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – diffuse oggi, 21 ottobre, in attesa della presentazione vera e proprie del Dossier, in programma per il 28 ottobre alle 10.30 al Nuovo Teatro Orione, in via Tortona 7 (diretta streaming sul sito e sul canale YouTube di Idos). Nel 2020, illustrano i ricercatori, gli stranieri in condizioni di povertà assoluta sono arrivati a 1,5 milioni, pari al 29,3% dei 5 milioni complessivi che risiedono in Italia – «un’incidenza circa quattro volte superiore al 7,5% rilevato tra gli italiani» – e al 26,8% dei 5,6 milioni di poveri assoluti nel Paese. Tuttavia, sono rimasti maggiormente esclusi da moltissime forme di sostegno al reddito e di contrasto alla povertà, soprattutto per una serie di vincoli giuridici illegittimi (residenze pluriennali, titoli di soggiorno di lunga durata, produzione di documenti sullo stato patrimoniale e reddituale all’estero) che ancora oggi impediscono loro un accesso paritario a questi sussidi.

Gli immigrati sono diventati insomma ancora più poveri, sfruttati ed emarginati. Basti pensare che nonostante un livello di povertà assoluta quattro volte più alto di quello degli italiani, i nuclei familiari stranieri che, a marzo 2021, hanno avuto accesso al Reddito di cittadinanza sono circa 150mila – il 14,0% degli oltre 1,1 milioni di nuclei familiari percettori -, ben al di sotto della loro percentuale sul totale delle persone in povertà assoluta. Un ostacolo importante è rappresentato dal requisito anagrafico:  la residenza in Italia da almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. L’eliminazione di questo vincolo, evidentemente discriminatorio, determinerebbe secondo l’Alleanza contro la povertà in Italia un significativo incremento delle famiglie beneficiarie (pari a 150mila), con un calo dell’indice di povertà di quasi 2 punti percentuali. Più ampio l’accesso al Reddito d’emergenza, che è stato però una misura una tantum per i nuclei familiari in difficoltà a causa dell’emergenza Covid-19 e che richiedeva semplicemente la residenza in Italia al momento della richiesta. Ne hanno usufruito, a marzo 2021, 425mila nuclei familiari, dei quali il 22,0% con componenti non comunitari. «Una percentuale più alta che tra i beneficiari di reddito di cittadinanza – osservano da Idos – ma sempre inferiore a quella degli stranieri tra i poveri assoluti».

Nel mondo del lavoro poi si è cronicizzato il modello che da decenni tiene gli immigrati ai margini del mercato occupazionale, inchiodati ai lavori meno qualificati, più precari, meno retribuiti, più pesanti e spesso anche più rischiosi per la salute, in cui vengono impiegati poco e male: rispetto ai lavoratori italiani, sono più sovraistruiti, cioè svolgono mansioni di livello più basso rispetto ai titoli di formazione posseduti (lo è il 33,9% a fronte del 24,3% tra gli italiani), più sottoccupati, cioè impiegati per meno ore di quante sarebbero disposti a lavorare (nel 13,7% dei casi rispetto all’8,7% degli italiani), e hanno retribuzioni medie mensili inferiori di un quarto (1.083 euro contro 1.418 degli italiani). Eppure, hanno continuato a pagare tasse e contributi, a inviare i risparmi alle famiglie rimaste all’estero, ad avviare attività in proprio. Con la loro motivazione e forza di volontà, «molti stranieri insegnano agli italiani come tenere duro in un contesto sociale e lavorativo divenuto più critico», in cui più dei nativi italiani hanno perso il lavoro (-159mila) e spesso hanno smesso anche di cercarlo, come dimostra il tasso di inattività aumentato del 16,2%, quasi al livello di quello degli italiani.

I dati del Dossier mettono in luce la «grande capacità di resistenza e determinazione» messa in campo «per reagire positivamente a questa fase critica». Gli immigrati in Italia infatti non solo continuano ad assicurare all’erario pubblico importanti entrate finanziarie in tasse, contributi e imposte – «costose» – sulle pratiche burocratiche legate ai permessi di soggiorno e alle acquisizioni di cittadinanza («29,25 miliardi di euro, ancora una volta più di quanto lo Stato spende per loro in servizi e prestazioni»), ma con i loro risparmi sostengono le famiglie rimaste all’estero con un flusso di rimesse persino aumentato nonostante la crisi: 6,7 miliari nel 2020, contro i 6 miliardi del 2019. Inoltre, pur di continuare a mantenere se stessi e la propria famiglia anche quando perdono il lavoro, gli stranieri più spesso degli italiani tentano la via del lavoro in proprio, aprendo un’attività autonoma (+2,5% nel 2020, in linea con una crescita ininterrotta almeno dal 2011).

Ancora, nell’anno in cui l’Italia ha registrato il numero più basso di nati dall’Unità d’Italia (404mila) e un numero di morti paragonabile a quello del dopoguerra (746mila), sebbene anche gli stranieri abbiano conosciuto un calo di nascite (-5,6%) e un aumento di decessi (+25,5%), hanno comunque contribuito per il 14,7% alle nuove nascite del Paese, attutendone in parte il cronico declino demografico.

21 ottobre 2021