“La ballerina”: il fascino di Modiano
Un racconto lungo di grande fascino, in cui tutto resta avvolto nella polvere del ricordo, come se fosse impossibile recuperare il passato, se non trasfigurandolo liricamente
Ancora una volta Patrick Modiano, nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt, torna ad incantarci con un racconto lungo di grande fascino, a dimostrazione che il premio Nobel per la Letteratura da lui vinto nel 2014 non ha intaccato la sua vena poetica alla quale resta visceralmente legato. La ballerina, uscito in Francia un paio di anni fa e tradotto per Einaudi con passione analitica, come il testo esige, da Emanuelle Caillat, ne rappresenta una suggestiva conferma.
In neanche cento pagine l’autore, nell’irriconoscibile Parigi contemporanea, percorsa da gruppi di turisti frettolosi, rievoca una vicenda accaduta tanti anni prima, al tempo in cui il giovane protagonista aveva incontrato una ragazza madre, insieme a Pierre, di soli sette anni, proveniente da Saint-Leu-la-Forêt e impegnata a studiare danza nello Studio Wacker, dalle parti di place de Clichy, sotto le direttive del maestro russo Boris Kniaseff, uno dei migliori insegnanti disponibile sulla piazza, e si era con ogni probabilità innamorato di lei, forse senza nemmeno dichiararsi. Tutto infatti resta avvolto nella polvere del ricordo, come se fosse impossibile recuperare il passato, se non trasfigurandolo liricamente.
In questo senso Modiano è il più antiproustiano degli scrittori. I personaggi che fanno da sfondo alla vicenda, dal comune conoscente Serge Verzini, ritrovato in modo rocambolesco nei pressi di boulevard Raspail, gestore della Boîte à Magie, all’amico d’infanzia Hovine, pronto a prendersi cura della giovane donna, sono sfocati e vengono nominati quasi di sfuggita, come se riemergessero all’improvviso dal gorgo nel quale erano precipitati, mentre invece i luoghi sembrano essersi incisi per sempre nella memoria del narratore: proprio questo corto circuito fra tono rarefatto del resoconto e puntiglio toponomastico diventa il tratto distintivo in cui Modiano lascia filtrare il sentimento della vita che più gli appartiene.
Secondo quanto spiegava Kniaseff, «il ballo è una disciplina che ti permette di sopravvivere… ti impedisce di andare alla deriva». Un po’ come la scrittura, lascia intendere l’autore. Ti fa uscire dall’incertezza. Ti aiuta a scegliere, saremmo tentati di aggiungere noi, anche dolorosamente, fra ciò che potresti essere e ciò che sei. Allora persino la riproduzione di un quadro rappresentante la Vergine che sbroglia i nodi, fortunosamente ritrovato fra i quaderni della giovane provinciale, si trasforma in una riflessione sul libero arbitrio e, uscendo dal passato, si configura come un “eterno presente”.
L’ultima immagine dell’opera è un frammento di felicità forse irripetibile, la sera di Natale quando, dopo la messa di mezzanotte nella chiesa di Saint-Ferdinand-des-Ternes, il protagonista, la ballerina e suo figlio improvvisano alcuni passi di danza: «Pierre ride sempre più forte. E riprendiamo a camminare tutti e tre nella notte fino alla fine dei tempi».
14 gennaio 2026

