La diocesi e gli immigrati: esigenze e problemi reali

Nel maggio 1975 Roma Sette già parla di una città dalla «fisionomia cosmopolita» per sensibilizzare la comunità cristiana. «Dove c’è uno straniero, là c’è pure Cristo da accogliere»

4 maggio 1975

Presente Mons. Giulio Salimei, delegato del Cardinale Vicario per il coordinamento della pastorale nella diocesi di Roma, si è tenuta una prima assemblea dei rappresentanti di alcune forme di presenza apostolica tra gli immigrati della città, con particolare riferimento ai gruppi di diversa nazionalità, agli studenti esteri ed italiani fuori sede, alle collaboratrici familiari ed ai nomadi. Erano presenti: mons. Aldo Casadei e don Silvano Ridolfi dell’UCEI, Unione Cattolica Emigrati Italiani, Suora Beata Vergine Maria Severino, Maria Carmen Foronda e Maria Gracia Scarcella dell’Opera Nomadi, P. Pio Parisi per gli studenti fuori sede, mons. Remigio Musaragno dell’UCSEI, Ufficio Centrale Studenti Esteri in Italia, Sig. Guido Zandonadi del CIVIS, don Franco Monterubbianesi della Comunità di Capodarco, don Battista Pansa di S. Basilio, P. Renato Bresciani del Centro Terzo Mondo, Stefano Colonnelli della FUCI di Roma, sig. Giuseppino Monni della Presidenza Centrale della FUCI, sig. Isidore Rukira del Centro Internazionale di Accoglienza per la Gioventù «Giovanni XXII», le sig.ne Lucilla Rodriguez del Collegio Universitario Villa Ximenes e alcuni Cappellani delle Chiese Nazionali estere in Roma.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno che va acquistando sempre più rilevanza in una città che ha assunto una sua fisionomia cosmopolita, più o meno definita, diventando polo di attrazione oltre che per i nostri connazionali, per tanti giovani provenienti soprattutto dai paesi europei, africani e americani. Non è quindi più possibile che la comunità cristiana locale non prenda atto di questa realtà, ignorando di fatto la presenza di decine di migliaia di immigrati come si trattasse di estranei o di semplici residenti di passaggio.

L’incontro con gli operatori pastorali impegnati tra gli immigrati ha voluto essere innanzitutto un pubblico riconoscimento del lavoro che essi vanno svolgendo, nel nascondimento e con sacrifici talvolta molto duri, in un settore così delicato ed urgente della vita della città. Tale riconoscimento diventa maggiormente significativo ed apprezzabile perché vuole essere espressione di una volontà decisa a sensibilizzare l’intera comunità cristiana affinché assuma le sue dirette responsabilità pastorali nei confronti dell’immigrazione. Ciò contribuirà a cancellare l’impressione che talvolta Roma dà di se stessa, di considerare cioè movimenti e persone che agiscono in settori specifici, ed in particolare modo quello dell’emarginazione sociale in cui rientrano gli stessi immigrati, come fossero appaltatori di un lavoro apostolico in cui l’intera comunità non si sente per nulla coinvolta.

Ora ignorare la presenza degli immigrati tra noi significa non fare attenzione alle richieste che essi ci fanno come cristiani e come cittadini. Interpellare chi già conduce una preziosa esperienza in questo campo vuol dire cambiamento di mentalità ed apertura verso quanto l’immigrato comporta di esigenze e di problemi per poterlo accogliere, ascoltarlo ed amarlo.

Questo primo incontro, che ha voluto essere un primo approccio con il problema, è stato già abbastanza indicativo per tutto un lavoro che va continuato e che va comunque inquadrato nella pastorale d’insieme nella diocesi. L’ordine del giorno si preoccupava di conoscere le caratteristiche delle singole iniziative operanti in alcune espressioni dell’immigrazione romana, sollecitandole ad evidenziare i problemi più urgenti.

Non è possibile fare qui un ampio resoconto di quanto di interessante è emerso in questo primo contatto. Sembra però necessario sottolineare, tra quanto è stato verbalizzato, il desiderio espresso da tutti i partecipanti che la realtà degli immigrati diventi una realtà viva della chiesa locale, perché è una delle espressioni, drammatiche in molti casi, della chiesa dei poveri. Vi deve essere, quindi, un maggiore legame tra chi opera in questi settori e la chiesa locale. Senza dubbio necessita un’informazione più precisa ed un contatto più autentico con questa realtà particolare.

Già un certo numero di sacerdoti, di religiosi e di laici della diocesi si sono spontaneamente aperti ed offerti per questo contatto. Ma occorre fare di più perché si possa dire che anche la diocesi di Roma ha una pastorale per gli immigrati cui partecipano le sue diverse componenti. Si tratta di un compito estremamente esaltante perché assume le dimensioni internazionali del cattolicesimo. Per tutti questo lavoro pastorale deve avere per obiettivo prioritario la demarginalizzazione di questi nostri ospiti. Dobbiamo prendere l’abitudine di considerare i loro problemi come fossero i nostri.

In un prossimo numero di questo giornale ritorneremo sull’argomento delineando un quadro approssimativo di come si presenta la popolazione attuale degli immigrati nella nostra città. Cifre e dati statistici daranno la misura della realtà umana dell’immigrazione che attende l’annuncio evangelico ed un impegno di solidarietà cristiana. Le statistiche non sono la pastorale, certamente possono condurre la nostra pastorale ad integrarsi su dei problemi complessi di ordine politico, economico, sociale culturale, e religioso degli immigrati ed a fare una proficua revisione di vita.

Il cristiano sa bene che dove c’è uno straniero, là c’è pure Cristo da accogliere, da ascoltare e da ospitare. È questo Mistero che deve sollecitarci a fare qualcosa, se vogliamo essere fedeli al Vangelo, per stabilire la giustizia e la pace con tutti nell’amore e nella speranza. (Luigi Di Liegro)

4 maggio 1975