La donna saggia di Tekòa e la legge della vita per tutti

La sua parola salverà la discendenza di Dabid e anche il futuro di Israele, andando contro leggi che non tutelano la vita. Il racconto nel secondo Libro di Samuele

È un momento difficile nella vita di David. Padre di molti figli maschi, il re ha dovuto subire un dolore enorme a causa della morte del suo primogenito. Ucciso, per di più, a tradimento da un altro suo figlio nato da un’altra delle sue numerose mogli. Assalonne, infatti, si è voluto vendicare di un torto che Amnòn, suo fratello maggiore, gli ha fatto: ha violentato sua sorella Tamàr – anch’essa figlia di David – per poi scacciarla in malo modo e consegnarla all’angoscia e al disonore (cf. 2Sam 13,1-19).

Quando il dolore del re iniziava a sopire dopo il lutto per il figlio morto, inizia il dolore per il figlio vivo il quale: «Restava tre anni a Ghesur, dove era andato dopo aver preso la fuga» (2Sam 13,38). La legge del taglione che prevedeva l’occhio per occhio, dente per dente, vita per vita, legata al comandamento: «Non uccidere» (Es 20,13) avrebbe costretto David alla vendetta sull’amato figlio Assalonne. L’assassinio di un fratello esigeva la vendetta del sangue che doveva essere eseguita dal goel (“il vendicatore del sangue”). Nonostante il suo cuore gli dicesse il contrario, difficile era anche per il re evitarla.

Ma ecco che arriva una donna da Tekòa – la città del profeta Amos, oggi un insediamento israeliano nella West Bank, sedici chilometri a sud di Gerusalemme – per inscenare un copione fittizio ma che ricalcava quello reale vissuto dal re. Ella «andò dunque dal re, si gettò con la faccia a terra, si prostrò e disse: “Aiutami, o re! Ahimè! Io sono una vedova: mio marito è morto”». Ed ecco il problema: la donna continua narrando che aveva due figli: «Ma i due vennero tra loro a contesa in campagna e nessuno li separava; così uno colpì l’altro e l’uccise. Ed ecco, tutta la famiglia è insorta contro la tua schiava dicendo: “Consegnaci il fratricida: dobbiamo farlo morire per la vita del fratello che egli ha ucciso”. Elimineranno così anche l’erede e spegneranno l’ultima brace che mi è rimasta e non si lascerà a mio marito né nome né discendenza sulla terra» (vv. 4-7).

Dinanzi a tale racconto il re David – impulsivo e generoso com’era – rassicura immediatamente la donna: «Va’ pure a casa: io darò ordini a tuo riguardo. Se qualcuno parla contro di te, conducilo da me e non ti molesterà più» (vv.8-10). Ma la donna non si fida sulla parola e pretende dal re un giuramento: «Il re giuri nel nome del Signore, suo Dio, perché il vendicatore del sangue non accresca la rovina e non mi sopprimano il figlio».

Egli rispose: «Per la vita del Signore, non cadrà a terra un capello di tuo figlio!» (v.11). Ed ecco che il velo del proscenio si rompe e appare la vera ragione della querela della donna: «Allora perché pensi così contro il popolo di Dio? Il re, pronunciando questa sentenza si è come dichiarato colpevole, per il fatto che il re non fa ritornare colui che ha bandito. Noi dobbiamo morire e siamo come acqua versata per terra, che non si può più raccogliere, e Dio non ridà la vita. Il re pensi qualche piano perché chi è stato bandito non sia più bandito lontano da lui» (vv.12-14).

Straordinaria la sapienza di questa donna che ha il coraggio di criticare e andare oltre le leggi scritte e non scritte che, invece di tutelare la vita, la sopprimono. Proprio quelle leggi che furono stilate per custodirla si avvolgono in un corto circuito per cui restano fini a sé stesse e impotenti dinanzi alle esigenze del bene della vita. La parola della donna saggia salverà la discendenza di David e, con essa, anche il futuro di Israele. «La parola del re, mio signore, sia fonte di quiete. Perché il re, mio signore, è come un angelo di Dio nell’ascoltare il bene e il male. Il Signore, tuo Dio, sia con te! (…) Ecco, faccio come mi hai detto; va’ dunque e fa’ tornare il giovane Assalonne» (vv.17-21).

Come sarebbe bello se tutte le donne che si vantano di essere madri, in specie quelle che hanno ruoli politici e sociali, invece di sostenere o, addirittura, irrigidire le leggi di morte avessero la sapienza di capire e promuovere l’unica “legge” che è quella della vita per tutti, non solo per i figli o le figlie nate dal proprio grembo. Se andassero a scuola dalla donna di Tekòa.

23 settembre 2024