La “felicità” vista da Richard Ford
Nelle pagine di “Per sempre”, il resoconto del viaggio finale del protagonista con il figlio malato di Sla. La naturale distensione romanzesca in cui si scioglie la tensione lirica del giovane scrittore
Per chi ha seguito Richard Ford sin dall’inizio, diciamo dai primi magici racconti compresi in Rock Springs, tradotti da Vincenzo Mantovani nel 1987, il ciclo narrativo che vede al centro Frank Bascombe, Sportwriter (1986), Il giorno dell’indipendenza (1995) e Lo stato delle cose (2006), avrebbe potuto essere considerato una specie di intermezzo in una prosa fra le più suggestive della letteratura contemporanea, che ci aveva dato alcuni indimenticabili capolavori, da Incendi (1990), uno dei più bei ritratti della solitudine adolescenziale che abbiamo mai letto, a Canada (2012), formidabile riflessione sul senso dell’orfanità, fino al recente autobiografico Tra loro (2017), incentrato sulla figura della madre. Ma ora che la storia dell’alter-ego, agente immobiliare con fallite ambizioni artistiche, sembra prendere congedo con Per sempre (Feltrinelli, nella traduzione di Cristiana Mennella), ci rendiamo conto che non si trattava di un corpo estraneo dentro l’opera, bensì di una naturale distensione romanzesca tesa a sciogliere la tensione lirica del giovane scrittore.
Inutile negare che, leggendo quest’ultima impresa, il resoconto del viaggio finale compiuto in camper dal protagonista settantenne insieme a Paul, il figlio malato di Sla, dal Minnesota fino a Mount Rushmore, il celebre monumento dove sono scolpiti nella roccia i volti di quattro presidenti degli Stati Uniti (Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln), tratteniamo a stento la nostalgia per le pagine composte a cavallo fra i due secoli, quasi che il loro incanto fosse irripetibile in un lavoro a grossa imbottitura come questo.
Tuttavia bisogna ammettere che Richard Ford, anche quando si limita a descrivere le giornate-tipo trascorse da padre e figlio impegnati a raggiungere la meta prefissata attraverso l’anonima e sterminata provincia americana, mantiene, seppure a tratti, il suo antico fascino, grazie a colpi di gran classe, come quando si mette in ascolto delle elucubrazioni di Frank, appoggiato alla ringhiera del motel con una tazza di caffè fumante in mano: «La felicità può ancora arrivare, vecchio mio; poiché la felicità non è un elemento puro come il manganese o il boro, ma una lega di metalli nobili e vili, e durevoli».
E Felicità s’intitola, non a caso, l’ultimo lancinante capitolo, scritto dopo la morte di Paul, che si potrebbe anche leggere come un racconto autonomo, in cui Frank si ritrova da solo nel parcheggio della clinica di Scottsdale, in Arizona, una delle città satelliti di Phoenix, piena di cliniche, hotel e piscine, a rimuginare sul senso da attribuire alla vita, dentro l’automobile con l’aria condizionata al massimo, fra una telefonata alla figlia Clarissa, la radiocronaca di una partita di baseball e la presenza fantasmatica della nuova e vecchia compagna Catherine. Lì finalmente capisce ciò che intendeva Agostino: il bene è soltanto l’assenza del male.
6 dicembre 2024

