La “Libertà negli occhi” di Niccolò Fabi
Il cantautore romano presenta il nuovo album, tra disagio creativo e consapevolezza. Da ottobre il nuovo tour, con tappa all’ Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma il 19 e 20 novembre
È il 16 maggio e al Monk, live club in zona Portonaccio, c’è aria di festa: è il compleanno di Niccolò Fabi ma è qui non per ricevere regali, ma per farne uno lui. Presenta al pubblico, infatti, il nuovo album di inediti, “Libertà negli occhi”, in uscita per BMG, il suo decimo album di inediti, nove canzoni, scritte tra Roma e il lago dei Caprioli di Pellizzano (Trento), in Val di Sole, il buen retiro dove per dieci giorni a gennaio ha deciso di sperimentare insieme ai 6 compagni di viaggio che ha voluto al suo fianco per la realizzazione di questo nuovo progetto: Roberto Angelini, cantautore e suo ventennale compagno di musica; il cantautore Alberto Bianco e il batterista Filippo Cornaglia, con cui condivide il palco e collabora da quasi 10 anni; Emma Nolde, nuova perla del cantautorato italiano; Cesare Augusto Giorgini, cantautore e producer conosciuto grazie all’esperienza di docente presso Officina delle Arti Pierpaolo Pasolini; e Riccardo Parravicini, sound engineer a cui si accompagna da più di 15 anni. Insomma, quella che una volta si sarebbe chiamata “residenza artistica” che, in questi tempi di digitale e campionature, ormai è cosa rara. Dunque, la “libertà negli occhi” di Niccolò è iniziata proprio guardando fuori quella inconsueta sala di registrazione vista lago ghiacciato.
Il risultato è un album che trasmette un senso di libertà e autenticità, con le nuove canzoni che esplorano temi come l’amore, la natura e la spiritualità. Tra i brani spiccano “Acqua che scorre”, che invita l’uomo a riflettere sulle meraviglie della terra, e “Al cuore gentile”, un omaggio allo stilnovismo e alla poesia medievale, che ci richiama la sua laurea in filologia romanza. E se la prima è (che dura ben 5 minuti e 40) è quasi una moderna lode al Creato, in cui l’autore ci invita a guardare le bellezze della terra, con “Al cuore gentile” Niccolò Fabi – in una versione chitarra e voce di 2 minuti e 28 secondi – immerge l’ascoltatore in un’atmosfera più intima, quasi eterea, trasportandolo in quel luogo senza tempo che è la poesia.
L’album, in uscita per BMG, è disponibile negli store fisici e online in 2 esclusive versioni, in edizione limitata e numerata: la versione in formato vinile e la versione in formato CD+BOOK (quest’ultima accompagnata da un libretto di 56 pagine). Entrambe le versioni contengono oltre ai testi delle canzoni, uno scritto inedito a firma del cantautore e una serie di affascinanti fotografie che raccontano e trasportano nell’atmosfera intima dell’innevata baita in cui il disco è stato registrato e prodotto. Suggestiona e non stupisce questo nuovo lavoro di Niccolò Fabi, figura schiva di rilievo nel panorama musicale italiano, celebre per la sua capacità di coniugare testi profondi e melodie coinvolgenti, che ha iniziato la sua carriera musicale negli anni ’90, guadagnando rapidamente fama grazie a brani come “Capelli” e “Lasciarsi un giorno a Roma”.
Ora, dopo il grande evento live al Circo Massimo dello scorso luglio, dove insieme agli storici amici Max Gazzè e Daniele Silvestri, Niccolò Fabi si è esibito davanti a più di 50mila persone, e l’esperienza più intima con il progetto “Discoverland” nei club più piccoli, insieme a Roberto Angelini e Pier Cortese, in cui per la prima volta ha calcato il palco unicamente in veste di musicista, nel 2025 Niccolò riparte anche con un nuovo tour teatrale, ad ottobre, facendo tappa all’ Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma il 19 e 20 novembre.
Ma lui, come ammette davanti ai suoi fan con grande onestà, continua a essere a disagio – un «disagio creativo», lo definisce – anche nelle occasioni promozionali. Tant’è che anche questo incontro, dove parla per più di un’ora e alla fine risponde generosamente alle domande, è stato pensato per essere una semplice chiacchierata tra amici e non la classica presentazione alla stampa, a partire proprio dalla celebrazione, a modo suo, del compleanno. «Il fatto che oggi sia il mio compleanno e sia qui, è la dimostrazione che sono ancora in vita», esordisce timidamente mentre cerca la posizione più comoda per aprirsi al pubblico. «Quindi lo prendo come un aspetto positivo. Se ci siamo, è buon segno! Se questo disco esce, al di là del risultato, è un altro buon segno. Un nuovo disco da una parte è un trauma, perché è un’ennesima svestizione pubblica, con tutte le complessità che ci sono dal tirar fuori cose da dentro, però c’è anche la vanità quando c’è la sensazione che questa operazione abbia un senso. Ognuno poi ne farà l’uso che crede, dall’andarci a correre a fare i viaggi, è difficile prevedere quello che succerà da adesso in poi».
E forse, nonostante la presenza fissa dei discografici, il suo obiettivo non è vendere copie, ma solo condividere quello che ha dentro. “Consapevolezza” sembra essere la parola che sintetizza non solo il nuovo lavoro, ma il Niccolò Fabi, con i suoi 57 anni, che si presenta a noi e che ammette che non può più accontentarsi di riproporre ciò che gli viene facile – la «canzone triste con la chitarrina, che mi viene tanto bene e lo so che piace» -e sente l’urgenza di mettersi in discussione, cercando nuove atmosfere e una sincerità rinnovata. Racconta subito della genesi del disco, che nasce da un viaggio da Roma a Spoleto (al “Festival dei due mondi”, da spettatore), durante il quale Fabi riflette su vecchi appunti musicali mai completati. La svolta arriva con l’ascolto di un album del cantautore britannico Fink, che gli fa pensare a quanto sia importante restituire all’ascoltatore esattamente ciò che si aspetta da un certo artista, senza però cadere nella ripetizione.
Nasce così il primo brano “L’amore capita”, come lui stesso racconta: «Arrivo in questo alberghetto a Spoleto, porto sempre la chitarra con me, e mi son messo a suonare un giro di chitarra tipo un pezzo di Fink che sta in quel disco e si riconosce la similitudine con “L’amore capita” ma rifatta con il mio modo di suonare, che magari fosse quello di Fink! Però diciamo è quel mondo lì e allora mi sono venute in mente le prime tre o quattro parole di quella canzone. E ho sentito che, per banale che fosse, c’era quella motivazione iniziale del dire veramente non ti affannare a cercare sempre qualcosa nel posto più lontano possibile e veramente apprezza già il fatto di essere in grado di fare qualcosa che comunque ha un valore, ha un significato e riflette quello che sei veramente».
Da Spoleto alla Val di Sole poi, per ravvivare canzoni “spente” e stimolare la propria sensibilità, decide di portare il progetto fuori casa, lontano dalla frenesia, in un luogo che lo aiuti a recuperare l’emozione autentica: una baita sul Lago dei Caprioli, un luogo che si rivela perfetto: offre uno spazio condiviso per suonare insieme e una connessione emotiva forte con la natura. La neve e la complicità del gruppo con cui realizza il progetto fanno il resto. Fabi porta con sé alcuni brani già abbozzati, spunti musicali e testuali, ma lascia spazio anche all’improvvisazione e alla scrittura sul momento. Il disco viene registrato in dieci giorni, mantenendo una spontaneità non filtrata che era il vero obiettivo del progetto. «Il mio obiettivo non era un album “iperprodotto”», dice, e ritorna il tema della consapevolezza quando distingue tra canzoni nate per necessità emotiva e altre frutto di stimoli più razionali o professionali, anche nel suo percorso.
Al Monk intanto è l’ora del tramonto, siamo in un campo di basket adibito ad auditorium, alle spalle anche qualche bambino che gioca e Fabi si scoglie sempre di più. Parla di libertà, che per lui è anche la possibilità di sentirsi a disagio senza doverlo nascondere e di come abbia cercato, nella vita e nell’arte, di eliminare tutto ciò che non gli somiglia, accettando la propria natura sensibile e inquieta. Avere dei figli gli ha regalato uno sguardo più ingenuo e meravigliato sulla realtà, uno sguardo che ritorna spesso nei suoi testi.
Gli chiediamo del suo rapporto con Roma, lui, esponente di spicco della “Scuola romana” degli anni Novanta, che ha prodotto tanti validi cantautori, come Riccardo Senigallia, Daniele Silvestri, Max Gazzè, in realtà ammette che Roma è lo sfondo di molte sue esperienze, ma non è mai stata al centro del suo racconto artistico. Fabi non si è mai sentito un rappresentante della “romanità” classica. I suoi testi parlano di relazioni umane, che potrebbero accadere ovunque. Anche se alcuni quartieri – come Testaccio, dove vive adesso- lo hanno ispirato direttamente, non ha mai sentito il bisogno di raccontare Roma in modo esplicito o celebrativo. Anche se, rivela, «la canzone “Casa di Gemma” nel mio file originale si chiamava “Piazza Testaccio” e a un certo punto c’è un’immagine in cui io parlo di cardioaspirina e nasce da quello che ascolto la mattina al bar dove vado a fare colazione, dove ci sono sempre le stese signore che parlano tra loro condividendo terapie e ricette! E questa dimensione così meravigliosamente popolare è stata sicuramente di ispirazione».
20 maggio 2025

