Il Papa: «Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita»
Leone XIV nella basilica di San Paolo. La preghiera davanti al sepolcro dell’Apostolo, a cui ha affidato il suo pontificato. La citazione di Paolo e di Agostino, per ribadire che «la salvezza non viene per incanto ma per un mistero di grazia e fede»
Una vocazione germoglia quando si fa esperienza della misericordia di Dio, quando si sperimenta la sua bontà, «generosa come quella di una madre». Il Signore è un Padre che lascia liberi i suoi figli di seguirlo, di aprirsi al suo amore. «È qui la radice, semplice e unica, di ogni missione», anche quella del successore di Pietro «ed erede dello zelo apostolico di Paolo. Mi dia il Signore la grazia di rispondere fedelmente alla sua chiamata». Con queste parole Papa Leone XIV affida all’apostolo delle genti il suo pontificato. Ieri pomeriggio, 20 maggio, Prevost si è recato in visita nella basilica di San Paolo fuori le Mura per manifestare l’indissolubile legame della Chiesa di Roma con l’apostolo convertito sulla via di Damasco, unito a quello con il pescatore di Galilea. Escludendo San Pietro, la basilica papale di via Ostiense fu la prima ad essere visitata anche da Benedetto XVI appena sei giorni dopo l’elezione e prima di prendere possesso della Cathedra Romana, la cui celebrazione per il Papa statunitense è prevista per domenica 25 maggio. E proprio citando un discorso di Papa Ratzinger ai giovani durante la Giornata mondiale della gioventù di Madrid nel 2011, Leone XIV ha sottolineato che «Dio ci ama. Questa è la grande verità della nostra vita e che dà senso a tutto il resto. All’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio».
Il Papa è arrivato nella basilica edificata nel 324 dall’imperatore Costantino sulla tomba dell’Apostolo delle genti alle 17. Accolto dal cardinale James Michael Harvey, arciprete della basilica, e da dom Donato Ogliari, abate dell’abbazia di San Paolo fuori le mura, dopo aver attraversato la Porta Santa e aver asperso l’assemblea con l’acqua benedetta, si è recato in processione, insieme ai monaci benedettini – ai quali da secoli è affidata la basilica -, verso il sepolcro di san Paolo, davanti al quale ha sostato in ginocchio in preghiera. Nel 2006, durante importanti scavi, sotto al ciborio è stato trovato il sarcofago dell’apostolo che prima di Damasco aveva perseguitato i cristiani. Sopra, in un’urna di bronzo, attraverso una lastra di vetro è ben visibile la catena della prigionia romana dell’apostolo, decapitato dove oggi sorge il complesso delle Tre Fontane. Una lampada, la fiamma paolina, arde perennemente per indicare la sacralità del luogo.
L’evangelizzatore delle genti arrivò a Roma perché, come scrive nella Lettera ai Romani, si sentiva «in debito» di aver ricevuto il dono della fede e voleva condividerlo con chi non aveva ancora conosciuto Gesù. Per questo la basilica ha un ruolo di primaria importanza nell’ecumenismo e per tale motivo la basilica ospita celebrazioni ecumeniche come quella del 25 gennaio, solennità della Conversione di san Paolo apostolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Nella Lettera, i cui temi principali sono «la grazia, la fede e la giustizia», san Paolo «dice prima di tutto di aver avuto da Dio la grazia della chiamata – ha affermato il vescovo di Roma nell’omelia -. Riconosce, cioè, che il suo incontro con Cristo e il suo ministero sono legati all’amore con cui Dio lo ha preceduto, chiamandolo a un’esistenza nuova mentre era ancora lontano dal Vangelo e perseguitava la Chiesa».
Dopo aver citato sant’Agostino, «anche lui un convertito», ha quindi ricordato che nella Lettera ai Romani, Paolo «parla anche di “obbedienza della fede”, e pure qui condivide ciò che ha vissuto. Il Signore, infatti, apparendogli sulla via di Damasco non lo ha privato della sua libertà, ma gli ha lasciato la possibilità di una scelta, di una obbedienza frutto di fatica, di lotte interiori ed esteriori, che lui ha accettato di affrontare. La salvezza non viene per incanto, ma per un mistero di grazia e di fede, di amore preveniente di Dio e di adesione fiduciosa e libera da parte dell’uomo». L’invito del pontefice è quella di «saper anche noi rispondere» all’invito di Dio come ha fatto san Paolo e di «saper coltivare e diffondere la sua carità, facendoci prossimi gli uni per gli altri».
Al termine dell’omelia, Leone XIV, dopo essersi inginocchiato ai piedi dell’altare, ha incensato il trophaeum di san Paolo, eretto nel luogo in cui l’apostolo fu sepolto dopo il martirio. La basilica, da dove domenica 25 gennaio 1959 Giovanni XXIII annunciò che avrebbe indetto il Concilio ecumenico per la Chiesa universale, era gremita di fedeli che hanno accompagnato l’uscita del Papa con un applauso.
21 maggio 2025

