La luce del malato, «candela che si consuma per illuminare»

Il cardinale De Donatis ha presieduto la Messa per la Giornata, al Divino Amore. L'affidamento dei malati alla Vergine e il ricordo di Giovanni Paolo II, testimone del "Vangelo della sofferenza"

Anche quest’anno, per favorire una maggiore partecipazione dei fedeli, la diocesi di Roma ha anticipato al pomeriggio di ieri, 9 febbraio, la celebrazione della Giornata mondiale del malato, che è invece legata alla memoria liturgica della Madonna di Lourdes che si celebra domani. Gremito il santuario nuovo del Divino Amore, dove il cardinale vicario Angelo De Donatis ha celebrato la Messa per la Giornata, promossa dal Centro diocesano per la pastorale sanitaria con l’Opera romana pellegrinaggi e l’Unitalsi.

«È importante celebrare ogni anno la Giornata del malato – ha esordito il cardinale nella sua omelia – ma è altrettanto importante ricordare che ogni giorno dell’anno vi sono tanti malati che soffrono negli ospedali, nelle case di cura, nelle proprie abitazioni: a tutti loro il Signore, medico dei corpi e delle anime, dice “Venite a me e io vi darò sollievo”». Commentando poi il Vangelo di Matteo e rivolgendosi in particolare a ciascuno degli ammalati presenti nel santuario, De Donatis ha affermato: «Tu che sperimenti il buio della malattia e senti che la tua vita ha perso senso e sapore, ricorda che anche Gesù ha sperimentato il buio e la sofferenza del Calvario e della croce e per questo può condividere nel profondo con te il tempo del dolore, offrendoti di vivere l’esperienza della sua tenerezza».

Ancora, il cardinale ha osservato come «anche la luce del malato, pur indebolita dalla malattia, rimane accesa come una candela che si consuma per illuminare»: ecco allora l’invito ad «offrire la propria vita come testimonianza» e a «guardare a Gesù sofferente perché in Lui gli interrogativi troveranno risposta». Infine, un ringraziamento da parte di De Donatis «a tutti coloro, dai medici ai volontari, dagli operatori sanitari agli infermieri e ai cappellani ospedalieri, che si prendono cura dei malati e stanno loro accanto»; ricordando poi «”l’esercito della compassione” formato dai ministri straordinari della Comunione che portano l’Eucaristia agli ammalati», il porporato ha rinnovato l’invito a tutti, guardando alle indicazioni diocesane per questo anno pastorale, «ad ascoltare il grido della città con una sempre maggiore attenzione del cuore», esprimendo anche una richiesta di perdono «per tutte le volte che come Chiesa, nella figura dei sacerdoti o delle consorelle, non siamo stati vicini a chi soffre, omettendo una visita agli ammalati e ai loro familiari».

Al termine della Messa, rievocando la suggestiva processione aux flambeaux che si tiene presso il santuario mariano francese si è svolta la fiaccolata verso la Grotta di Lourdes, posta nei giardini di fronte alla Torre del primo miracolo. Qui c’è stato l’affidamento di tutti i malati alla Vergine Maria. La solenne celebrazione era stata preceduta dalla lettura di alcuni brani a commento dell’esperienza di malattia «vissuta da Giovanni Paolo II come testimonianza del “Vangelo della sofferenza”, come lui stesso affermava -ha spiegato il vescovo Paolo Ricciardi, delegato per la Pastorale sanitaria della diocesi -; nel centenario della sua nascita, guardiamo alla sua testimonianza perché ha saputo fare delle proprie ferite delle feritoie per ricevere da Dio luce e aria per la sua vita».

Il presule ha anche sottolineato «l’importanza e la bellezza di essere qui riuniti come comunità diocesana a pregare insieme per e con i malati e tutte le persone che se ne prendono cura». Emozionante la testimonianza di Vincenzo e Valentina, 36 anni e sposati da 8, genitori di tre bambini. Lo scorso settembre il giovane medico è stato colpito da una paralisi patologica estesa che «ha aperto un capitolo non facile della nostra vita ma che grazie alla fede e alla vicinanza della Chiesa riusciamo a vivere con speranza», ha detto Vincenzo. Dalla paralisi totale, c’è stata gradualmente una ripresa che secondo i pareri dei medici porterà ad un recupero totale. «Ho capito subito che la mia umanità non sarebbe bastata – ha raccontato commossa Valentina – e così ho chiesto aiuto alla nostra comunità parrocchiale che ci è accanto non solo con la preghiera».

10 febbraio 2020