La Messa di Sant’Egidio per i senza dimora morti nella Capitale

12 in tutto, da novembre, le vittime del freddo, della povertà e della solitudine. Il presidente Impagliazzo: «Un vero scandalo». Il ricordo di Modesta Valenti

Mario, trovato morto a Torpignattara. Costantin, ritrovato senza vita a Villa Gordiani. Marco, deceduto nella macchina in cui dormiva a via Ramazzini. Joanut, investito in piazza dei Gerani. Swàmovir, morto in un capannone a Fiumicino. Malik, trovato senza vita a Trastevere. Mario, morto vicino alla Stazione Termini. Neville, ritrovato esanime davanti al municipio di Ostia. Marian, deceduto per le ustioni riportate nell’incendio di un rudere al Verano. Edwin, morto di freddo in piazza San Pietro. Loredana, deceduta nella sua baracca alla Magliana. Infine, un uomo le cui generalità sono ancora ignote, morto nei sotterranei del Policlinico Umberto I ustionato dal fuoco che aveva acceso per scaldarsi.

Da novembre sono dodici i senza dimora morti a Roma. Dodici esseri umani che la società considera invisibili. Ma avevano un nome, una storia, una famiglia e degli amici. Gli “scartati”, come li definisce Papa Francesco, il cui isolamento è stato aggravato dalla pandemia. Sono stati ricordati ieri, 31 gennaio, nella basilica di Santa Maria in Trastevere, durante una celebrazione eucaristica promossa dalla Comunità di Sant’Egidio per ricordare Modesta Valenti, la 71enne originaria di Trieste morta il 31 gennaio 1983 alla stazione Termini. La donna accusò un malore e i portantini dell’ambulanza si rifiutarono di soccorrerla e trasportarla in ospedale perché troppo sporca. Mentre medici e infermieri discutevano sul da farsi lei morì sul suo giaciglio. «Modesta è stata portata via dall’indifferenza e dalla rassegnazione degli uomini – ha detto nell’omelia monsignor Vittorio Ianari, vicario parrocchiale a Santa Maria in Trastevere -. Ricordare lei e tutte le persone decedute in questi anni è una rivolta all’indifferenza, alla rassegnazione, alla distanza. L’amicizia è la sola arma efficace e pacifica per lottare contro lo spirito della rassegnazione».

Durante la liturgia, alla quale hanno partecipato volontari e senza fissa dimora, sono stati scanditi decine di nomi di clochard deceduti nella Capitale negli ultimi anni e per ciascuno di essi è stata accesa una candela. A Roma i senza dimora sono oltre 8mila e la storia di Modesta insegna «che ci si è troppo abituati all’inevitabilità della morte di chi vive per strada», ha detto Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio. Mentre don Vittorio ha messo in guardia dal pericolo di farsi ammaliare «dal potere e dal fascino oscuro della rassegnazione», capace di «impossessarsi degli uomini suggerendo che non c’è possibilità di cambiamento», Impagliazzo ha rimarcato che «morire di freddo in strada nel 2021 è un paradosso, un vero scandalo». Da qui l’appello alle istituzioni affinché «pongano rimedi e trovino posti letto, rifugi, luoghi sicuri dove queste persone possano trascorrere la notte». La morte dei senza fissa dimora «è responsabilità di tutti», ha proseguito Impagliazzo chiedendosi «perché i ricchi si salvano e i poveri no. Non hanno alcuna colpa».

La solitudine e il freddo pungente delle notti invernali Corrado li ricorda ancora. Romano di 70 anni, per alcuni mesi ha vissuto di espedienti dopo che l’agenzia assicurativa nella quale lavorava dieci anni fa ha dichiarato fallimento. In 24 ore ha «perso tutto», ricorda. Non aveva ancora raggiunto l’età per la pensione e non riuscendo a trovare un impiego, per 4 mesi ha dormito «in una sorta di garage», fino all’incontro con i volontari di Sant’Egidio che gli hanno manifestato «affetto e amicizia». Oggi Corrado vive in un appartamento in affitto ma non ha dimenticato «il bene ricevuto gratuitamente in un momento così particolare». Ha quindi deciso di passare tra le fila dei volontari di Sant’Egidio per «restituire a chi vive in gravi difficoltà» parte di quell’amore grazie al quale non si è mai abbattuto.

1° febbraio 2021