La preghiera per la pace dei Giovani di Ac e la “luce” della Crocifissione bianca

Il capolavoro di Chagall ha fatto da icona guida alla veglia organizzata in collaborazione con Caritas Roma. Dal passato, la testimonianza di Frassati, giovane di Ac presto santo, insieme a quelle di Daniela, colombiana, e Samer, rifugiato siriano

Le braccia allargate del crocifisso sembravano contenere e stringere a sé tutte le realtà di guerra e di violenza che le 30 bandiere appese dai giovani intorno a Lui rappresentavano, ognuna legata a una storia. È con questo segno dal valore simbolico forte che sabato sera, 18 gennaio, si è aperta la veglia di preghiera per la pace promossa dal settore Giovani dell’Azione cattolica di Roma in collaborazione con la Caritas diocesana, nella basilica di Santa Maria in Aracoeli, accanto a piazza del Campidoglio.

«Tutte queste storie si sono intrecciate e tutte sono illuminate dalla storia di Gesù – ha detto nella sua riflessione don Eugenio Bruno, assistente diocesano dell’Ac, guardando alla riproduzione dell’opera di Chagall la Crocifissione bianca -. È la luce della Pasqua e di una pace che Gesù ha fatto con il suo stesso corpo, portando una parola nuova all’interno del male». Allora l’opera del pittore nato in Bielorussia, «che ha conosciuto la violenza contro la comunità ebraica a cui apparteneva», sono ancora le parole di Bruno, «vuole raccontare una speranza per dire che il male del mondo è lì ma Gesù con una scia di luce che viene dall’alto e che nessuno può intaccare crea uno spazio in cui quel male non può arrivare». Da qui l’impegno lasciato ai tanti giovani e agli adulti presenti, affinché, animati dalla fede, «da cristiani viviamo portando dentro di noi uno spazio senza male».

Ancora, notando come Chagall abbia raffigurato la menorah – la lampada a olio a sette bracci che nell’antichità veniva accesa nel Tempio di Gerusalemme -«con sei bracci ma con Gesù che sembra essere la settima candela, quella che non si spegne», ha ricordato a ciascuno: «Tu sei una candela nel mondo se nel buio che avanza conservi uno spazio di umanità». Come ha saputo fare Piergiorgio Frassati, che dentro e attorno a sé «è riuscito a custodire uno spazio di luce, pur con il male del fascismo e della guerra che lo circondava». Un giovane di Ac, ha ricordato l’assistente, «di cui 100 anni dopo la morte la Chiesa riconosce la santità», mostrando che «coloro che sono discepoli del Signore, mentre il male avanza e molti si abituano al fatto che le cose stanno peggiorando, credono che si può essere diversi e si può rimanere nel mondo con uno sguardo diverso».

Del giovane uomo di Azione cattolica, che con i suoi gesti di compassione e di giustizia cambiò la storia del tempo e del luogo in cui visse e che verrà canonizzato il prossimo 3 agosto in occasione del Giubileo dei giovani, sono state esposte alla venerazione dei fedeli le reliquie, insieme alla piccozza che usava nelle sue escursioni in montagna, che tanto amava.

Altre due storie di chi ha cercato di portare e trovare la luce al di là della violenza e della sofferenza hanno arricchito la serata. La prima è quella di Daniela Alba, 32 anni, nata a Bogotà, in Colombia, e immigrata negli Stati Uniti da bambina. Fuggita da casa a causa delle violenze subite in famiglia e dei conflitti etnici, oggi lavora con il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati (Jrs). «Le violenze fisiche e sessuali che ho subito per 15 anni hanno significato la morte di una parte della mia anima – ha raccontato -. La violenza e l’odio hanno cercato di portare via la mia vita e la rabbia era sia intorno a me che dentro di me: sono cresciuta molto arrabbiata e sempre sulla difensiva ma anche con la speranza, un giorno, di poter guarire».

Per Daniela, che oggi con il suo lavoro si occupa di aiutare i profughi, «perdere le proprie radici è come perdere la capacità di parlare oltre che la propria casa» e «il percorso di ricostruzione, come quello di guarigione dagli abusi, non è semplice». Eppure, «nonostante gli alti e i bassi, come quando si va in montagna», sono ancora le sue parole, «il percorso è fatto anche di bellezza, quella che ci dona la nostra Madre Terra». Il segreto, per lei, consiste nel «vedere e riconoscere gli altri degni di amore» e anche nel «non dare per scontato quello che abbiamo: dall’acqua potabile ad un letto in cui dormire, dalla dignità alla nostra autonomia». Infine, il monito rivolto a ciascuno: «Anche se la salita è lunga, invito tutti a credere e a sognare il cambiamento, mettendo il cuore e guardando oltre gli ostacoli», così da «creare la speranza negli ambiti che ci appartengono», ha concluso.

Samer Afisa, invece, è un rifugiato siriano di Damasco, fuggito in Italia con la sua famiglia per scappare dalla guerra nel 2015. Oggi è un operatore della Caritas diocesana. «Sono stati tanti i momenti di difficoltà – ha ricordato – ma in Italia abbiamo trovato una comunità ecclesiale che ci ha accolti e che ci ha permesso di avere una stabilità». In particolare, ha raccontato, «quello che ci ha dato forza sono state le relazioni di amicizia e familiari e oggi quello che ci dà speranza è la fede in Gesù Cristo».

La testimonianza quindi ha lasciato spazio alla preghiera, davanti a Gesù Eucaristia. Quindi, i saluti di Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma, e il presidente dell’Ac diocesana Marco Di Tommasi. Il primo ha evidenziato che per la pace «noi possiamo fare 3 cose: pregare, essere informati e informare sui conflitti e la violenza nel mondo ed essere, infine, promotori e testimoni di pace». Il secondo ha ricordato che «la nostra speranza è incarnata in Cristo morto e risorto e che tornerà tra noi».

20 gennaio 2025