La testimonianza di Romero «illumina la Chiesa di Francesco»

Nelle parole di monsignor Vincenzo Paglia il ricordo del vescovo salvadoregno a 35 anni dall’uccisione: «Nei martiri vediamo Gesù»

Nelle parole di monsignor Vincenzo Paglia il ricordo del vescovo salvadoregno a 35 anni dall’uccisione: «Nei martiri vediamo Gesù»

«Nei martiri vediamo la presenza di Gesù che ha traversato le strade di questo nostro tempo mostrando un amore mite, umile, giusto. E forse è proprio questa mitezza disarmante che provoca tanta ferocia persecutoria contro i cristiani inermi uccisi solo perché portano questo nome». Così l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, ha ricordato monsignor Oscar Romero durante la celebrazione eucaristica che ha presieduto ieri nella chiesa di Santa Maria in Traspontina in occasione del 35° anniversario del martirio del vescovo salvadoregno.

La Messa ha aperto le iniziative della Settimana della Carità della Diocesi di Roma ed è stata anche l’occasione per anticipare la celebrazione della Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei Missionari Martiri che martedì 24 marzo – giorno della morte di Romero – verrà anche ricordata con una veglia ecumenica, alle ore 19, nella basilica dei Santi Apostoli. Commentando il Vangelo della quinta domenica di Quaresima, che narra la richiesta dei greci rivolta a Filippo e Andrea di “vedere Gesù”, monsignor Paglia ha commentato «è anche la nostra richiesta, ma lo è soprattutto dei tanti poveri che non sanno a quale porta bussare, è la richiesta di tanti uomini, donne, anziani bambini dei paesi in guerra che vedono la loro vita distrutta senza ragione». Per il presule, a questa domanda, «Gesù sembra rispondere: “Il mio volto ha i tratti del volto dei tanti martiri, noti e meno noti, sono loro, soprattutto loro, il segno della mia presenza tra gli uomini”».

Durante la celebrazione sono state portate in processione le foto dei missionari che nel corso del 2014 hanno immolato la vita proclamando il primato di Cristo annunciando il Vangelo fino alle estreme conseguenze. Il gesuita Frans Van Der Lugt, ucciso ad Homs in Siria, dove viveva dal 1966 costruendo ponti tra le culture attraverso l’impegno per i poveri; le suore saveriane Lucia Pulici, Olga Raschietti e Bernadetta Boggian, uccisie a Bujumbura in Burundi, dopo 50 anni in Africa a servizio ai bambini poveri quali insegnanti delle scuole elementari; quattro fratelli dell’ordine di San Giovanni di Dio, morti in Sierra Leone e Liberia per il contagio del virus Ebola dopo aver scelto di rimanere nei villaggi colpiti dalla pandemia come riferimenti della comunità locale: Patrick Nshandze, George Combey, Miguel Pajares, Manuel Garcia Viejo; suor Chantal Mutwameme delle Missionarie si Maria Immacolata, anche lei vittima del virus Ebola in Liberia per il suo impegno a favore dei malati, insieme alle suore infermiere Laurene Togba; Leyson Wilson e all’assistente sociale Tetee Dogba.

«Questi nostri fratelli martiri, e Romero con loro, – ha detto monsignor Paglia – ci dicono che il cristianesimo del duemila o è martiriale o non è. Dobbiamo riprendere con coraggio la forma di una Chiesa che scende nel profondo del dramma umano e che inizi a comunicare la salvezza».

Oscar Romero verrà reso beato il prossimo 23 maggio e monsignor Paglia, che ne è stato postulatore presso la Congregazione dei Santi, ha sottolineato come «a me piace pensare Romero come il “primo” tra i martiri della Chiesa del Concilio Vaticano Il, martiri di una Chiesa che si fa buon Samaritano, come disse Paolo VI».

Per il presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia «non è senza significato che la beatificazione di Romero avvenga sotto il pontificato del primo Papa latino americano, Papa Francesco, e nell’anno anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II che dà inizio ad un Giubileo della misericordia. La testimonianza di Romero – un pastore proveniente da uno dei più piccoli paesi del mondo – ora risplende di una luce straordinaria. E illumina quella Chiesa povera e per i poveri che Papa Francesco non cessa di testimoniare e incoraggiare». «Romero – ha concluso monsignor Paglia – risplende perché è caduto in terra, letteralmente in terra dall’altare dell’Eucarestia, spezzando il suo corpo e versando il suo sangue assieme a quello di Gesù».

La celebrazione si è conclusa con una processione verso la vicina piazza san Pietro in cui i partecipanti hanno marciato dietro alla Croce di Lampedusa «simbolo del dolore e del riscatto dalla morte – ha ricordato monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma – memoria della passione di Gesù, diventa oggi anche segno di condivisione e di sensibilizzazione».

«Portando la croce dei migranti nelle iniziative Settimana della carità, – ha detto monsignor Feroci, che presiede il comunicato romano per Oscar Romero – vogliamo anche ricordare il sacrificio delle tante vite perse nel Mediterraneo con l’impegno di aprirsi all’accoglienza di ogni fratello in difficoltà».

 

23 marzo 2015