L’arrivo di Silvia Romano accolta da Conte e Di Maio

La 25enne cooperante milanese, a Ciampino dopo la liberazione dalla lunga prigionia, riabbraccia la famiglia e ringrazia le istituzioni

Abbassa la mascherina anti-coronavirus sul mento, sorride, saluta con la mano. Dice di «essere felicissima» e di stare bene «mentalmente e fisicamente» prima di correre ad abbracciare la mamma Francesca, la sorella Giulia e il papà Enzo che l’accoglie con un inchino. Sono le prime istantanee dell’arrivo a Ciampino di Silvia Romano, la 25enne cooperante milanese rapita il 20 novembre 2018 mentre svolgeva attività umanitaria a Chakama, un villaggio in Kenya, e liberata nella notte fra venerdì 8 e sabato 9 maggio vicino a Mogadiscio, in Somalia, dai servizi segreti italiani in collaborazione con gli 007 turchi. Dopo 535 giorni di sequestro Silvia è atterrata in Italia alle 14 di domenica 10 maggio.

È apparsa serena mentre scendeva la scaletta del Falcon dell’Aeronautica Militare che l’ha riportata a casa. Indosso un “jilbab” verde acqua, abito tradizionale somalo, che le copriva il capo e una veste dai colori vivaci tipica della tradizione africana. «Ora voglio solo trascorrere molto tempo con la mia famiglia» ha detto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio che l’attendevano a Ciampino.

Silvia Romano abbraccia la madre, Ciampino, 10 maggio 2020La gioia e l’emozione del momento rompono ogni misura prevista dai protocolli per contenere il contagio da coronavirus. Silvia si stringe alla sua famiglia e ai genitori ripete «sono stata forte». Ringrazia le istituzioni, saluta il premier Conte per il quale «in questo momento di grande difficoltà è arrivato un segnale che lo Stato c’è. Quando lavoriamo coesi e concentrati, ce la facciamo sempre». Gli ha fatto eco il ministro Di Maio il quale ha assicurato che il lavoro prosegue «per riportare a casa anche gli altri italiani in stato di prigionia all’estero. L’Italia non lascia indietro nessuno». E il pensiero vola a padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita romano fondatore del monastero siriano di Mar Musa, sequestrato in Siria il 29 luglio di sei anni fa.

Subito dopo l’arrivo Silvia è stata accompagnata nella sede del Ros a Ponte Salario dove è stata ascoltata per circa quattro ore dal pubblico ministero Sergio Colaiocco titolare del fascicolo e dai carabinieri dell’antiterrorismo. Ha raccontato di aver chiesto il Corano ai suoi rapitori, di essersi convertita all’islam di sua spontanea volontà smentendo le voci secondo le quali sarebbe stata costretta a sposarsi. «Mi hanno trattata sempre bene – ha dichiarato ai magistrati –. Avevano promesso che non mi avrebbero ucciso e così è stato. Mi hanno insegnato un po’ l’arabo e mi hanno spiegato le loro ragioni e la loro cultura».

Con gli inquirenti ha cercato di ricostruire i 18 mesi di prigionia. Secondo le prime indiscrezioni sembrerebbe appurato che la volontaria sia stata catturata su commissione da un gruppo di criminali comuni locali assoldati dai jihadisti somali di al Shabaab. «Sono stata trasferita frequentemente dagli stessi rapitori – ha detto ai pm -, sempre in luoghi abitati». Ha riferito di non essere mai stata legata, di non aver subito violenze fisiche e di non aver mai visto il volto dei suoi carcerieri. Nelle ore in cui Milano era in festa e la famiglia tirava un sospiro di sollievo si è innestata la polemica politica intorno all’eventuale pagamento di un riscatto. Per Matteo Salvini «è chiaro che nulla accade gratis ma non è il momento di chiedere chi ha pagato cosa».

11 maggio 2020