Lavoro: crescono disuguaglianze e precarietà

Conclusi a La Nuova Arca gli appuntamenti tematici del ciclo sulle “(Dis)uguaglianze”, promosso dalla diocesi. Nella Capitale, «sacche di povertà inimmaginabili», con il 30% di contratti a termine. La strada: contrattazione collettiva e salario minimo

Il lavoro spesso è associato unicamente al guadagno, trascurando la sua valenza umana e sociale. Ridurlo a una mera fonte di reddito significa ignorare il suo potere di creare relazioni, aiutare a realizzare se stessi e a riscattarsi socialmente. Il vescovo Dario Gervasi, ausiliare per il settore Sud, lo ha ribadito venerdì scorso, 14 giugno, nel convegno “Quando il lavoro non genera la vita”, sottolineando il dovere della Chiesa di «ricordare l’importanza di un reddito equo per tutti, questione di giustizia». Ultimo appuntamento tematico del ciclo sulle “(Dis)uguaglianze”, promosso dalla diocesi a cinquanta anni dal convegno sui “mali di Roma”, l’incontro si è svolto nella sede della cooperativa La Nuova Arca a Castel di Leva. Per il presule non bisogna dimenticare che «il lavoro serve per l’uomo. Ripartendo da questo principio è necessario impostare politiche lavorative che esaltino la dignità. Assistiamo a una grande povertà e allo scarto dei più deboli – ha aggiunto -. Bisogna dare a tutti le stesse opportunità. Non rassegniamoci ma lavoriamo per far diventare Roma “la città della speranza”, come dice Papa Francesco».

Monsignor Francesco Pesce, incaricato diocesano della Pastorale sociale, del lavoro e della cura del creato, ha invitato a riflettere sulle costanti del lavoro nella dottrina sociale della Chiesa. «Al centro c’è la persona – ha rimarcato -, con i suoi diritti inalienabili che precedono ogni contratto. Il lavoro è strumento sociale che crea comunità e contribuisce al bene comune. Oggi queste premesse non trovano concretezza. Nostro compito è sollecitare le istituzioni a tenere vive queste costanti per costruire una società giusta». Gli ha fatto eco Oliviero Bettinelli, vicedirettore dell’Ufficio, moderatore dell’incontro. «Si dice che il lavoro è per tutti ma nella pratica non è così – ha affermato -. Il salto di qualità si può fare adottando giuste misure politiche, sociali ed economiche».

A Roma «ci sono sacche di povertà inimmaginabili», ha chiosato l’avvocato del lavoro Daniele Leppe. Mostrando alcune buste paga, ha documentato che «ci sono lavoratori che percepiscono 400 euro al mese. Un problema che riguarda molti settori e coinvolge soprattutto giovani, donne e immigrati». Redditi stagnanti, in diminuzione per i meno qualificati e in crescita per pochi. È il quadro tratteggiato da Paolo Naticchioni, professore all’Università Roma Tre, il quale ha parlato di un’Italia «dove le disuguaglianze salariali sono cresciute dagli anni ‘90 al 2020. I dati evidenziano un calo del 40% per i lavoratori meno qualificati – ha detto -, mentre per quelli con alte competenze c’è stato un aumento del 5%, generando un aumento di disparità».

Per contrastare questa tendenza e l’aumento esponenziale dei contratti a termine, «arrivati al 30%», Naticchioni propone un rafforzamento della contrattazione collettiva e l’introduzione del salario minimo per legge. Su quest’ultimo ha suggerito «un potenziamento dei controlli, tramite un’azione di vigilanza documentale che, attraverso l’analisi dei dati disponibili, sia in grado di identificare automaticamente casi di irregolarità contributiva».

Nella Capitale i nuclei monogenitoriali sono 156.992 e 9.916 (dati aggiornati al 2016) sono quelli in grave deprivazione materiale. Secondo Antonio Finazzi Agrò, presidente de La Nuova Arca, «la povertà e il lavoro precario sono i principali fattori di rischio per queste famiglie. Per abbatterli bisogna rafforzare i legami e le reti di supporto». Monia D’Ottavi e Simona Onofri delle Acli hanno parlato del cantiere Generiamo Lavoro, itinerario formativo e informativo che fornisce ai giovani strumenti concreti per favorire l’avvio di una carriera lavorativa, e del Labordì, che favorisce l’incontro fra giovani e aziende.

17 giugno 2024