Lavoro, in Italia occupati 2,5 milioni di stranieri

Nel 2019 il 12,2% degli imprenditori in Italia è un cittadino nato in un Paese extra Ue. Tra loro il 21,2% è donna. I dati nel X Rapporto del ministero del Lavoro

Nel 2019, i cittadini stranieri occupati sono 2 milioni 505mila (il 10,7% degli occupati in Italia), quelli in cerca di lavoro 402mila (15,6%) e gli inattivi tra i 15 e i 64 anni 1 milione 175mila (8,9%). Sono i dati che emergono dal X Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, online da ieri, 15 luglio, sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e sul Portale Integrazione Migranti. Al 1° gennaio 2019, erano residenti in Italia 5 milioni 255mila cittadini stranieri, l’8,7% della popolazione. Rispetto al 2018 sono aumentati gli occupati italiani (+95mila unità, +0,5%), comunitari (+14.450 unità, +1,8%) ed extra Ue (+35.734 unità, +2,2%) per complessivi +144.917 occupati stranieri; sono invece diminuiti i disoccupati sia italiani (-176.158, -7,5%) sia extra Ue (-5.103, -1,9%), mentre sono cresciuti i disoccupati comunitari (+7.317, +5,8). Ancora, sono aumentati gli inattivi extra Ue (+24.404, +3,0%) e comunitari (+12.913, +3,9%), mentre diminuiscono gli inattivi italiani (-124.265, -1,0).

Stando ai dati diffusi, il tasso di occupazione tra i cittadini extra Ue è 60,1% (stabile rispetto al 2018), tra i comunitari è 62,8% (in calo dello 0,7%), dati entrambi superiori al 58,8% (in aumento, +0,6%) registrato tra gli italiani. Il tasso di disoccupazione aumenta tra i comunitari (14,0%, +0,5 punti tra il 2018 e il 2019), mentre è in calo tra gli extra Ue (13,8%, -0,5%) e tra gli italiani (9,5%, -0,7%). Il tasso di inattività degli stranieri (extra Ue 30,2%, comunitari 26,9%) si conferma più basso di quello degli italiani (34,9%). I settori con più occupati stranieri sono Altri servizi collettivi e personali (642mila), Industria in senso stretto (466mila), Alberghi e ristoranti (263mila), Commercio (260mila) e Costruzioni (235mila); le incidenze più alte si registrano in Altri servizi collettivi e personali (36% degli addetti), Agricoltura (18,3%), Alberghi e ristoranti (17,7%) e Costruzioni (17,6%).

Nel 2019, in Italia, i titolari di imprese nati in un Paese extra Ue sono 383.462, pari al 12,2% del totale, in crescita dell’1,1% rispetto al 2018. I Paesi d’origine più rappresentati tra i titolari sono Marocco (64.173 titolari), Cina (53.297), Albania (33.294) e Bangladesh (30.682). I settori prevalenti di attività: commercio all’ingrosso e al dettaglio; riparazione di autoveicoli e simili (il 43,1% del totale) e costruzioni (il 21,1%). Dal punto di vista territoriale, l’incidenza sul totale delle ditte individuali è maggiore in Toscana (17,9%), in Liguria (17,5%), in Lombardia (17,3%) e nel Lazio (16,5%). Dal punto di vista settoriale, le incidenze più alte si registrano in Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (23,7%), Commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli etc. (17,8%), Costruzioni (17,4%) e Attività manifatturiere (14,4%). Ancora, è rappresentato da donne il 21,9% dei titolari. Per alcuni Paesi d’origine, questa quota sale notevolmente: Ucraina (54,5%), Serbia e Montenegro (49,2%), Cina (46,7% del totale), Nigeria (39,6%), Moldavia (31,0%).

Anche per le donne straniere, le responsabilità di cura  verso familiari, malati, disabili, anziani hanno conseguenze pesanti sulla condizione occupazionale. Basti pensare che nel 2019 il tasso di occupazione delle donne italiane con figli in età prescolare è pari al 48,9%, scende al 32,0% tra le comunitarie e al 22,7% tra le extra Ue. Queste ultime sono prevalentemente inattive (più di 70 su 100) e appena 6 su 100 sono alla ricerca di un impiego. Secondo il Rapporto del ministero, il 35,9% delle donne italiane dichiara di prendersi cura di familiari, malati, disabili, anziani, ma tra le comunitarie il valore sale a 39,1% e tra le extra Ue a 44,9%. Le percentuali sono molto più alte tra le donne di alcune comunità straniere: il 95,2% delle egiziane, il 75,2% delle tunisine, il 72,2% delle bangladesi e il 70% delle pakistane.
Tra le donne con bambini di 0-5 anni, la maggior parte (56%) delle italiane usufruisce di servizi pubblici o privati per la gestione dei figli, la maggior parte delle comunitarie ed extra Ue (56%) no. La rinuncia è dovuta al costo elevato di quei servizi per il 31,2% delle comunitarie e per il 37,2% delle extra Ue, a fronte dell’8,9% delle italiane. Inoltre, tra le italiane che dichiarano di non aver necessità di servizi, il 39,9% si avvale di parenti mentre la percentuale scende al 15,5% tra le comunitarie e al 13,2% tra le extra Ue.

Un capitolo a parte quello dedicato ai giovani. In Italia i ragazzi tra i 15 e i 29 anni sono circa 9 milioni; di questi l’89,8% ha cittadinanza italiana, il 2,7% cittadinanza Ue e il 7,5% cittadinanza extra Ue. Significative le differenze mostrate dai tradizionali indicatori del mercato del lavoro: dai dati diffusi, si osserva un valore più elevato del tasso di occupazione per i giovani stranieri comunitari, pari al 42,7%; valore che scende al 37,8% per i giovani extracomunitari e al 31,0% per i giovani italiani. Il tasso di disoccupazione più alto si registra per i giovani extra Ue (24,0%), seguono gli italiani (22,4%) e gli Ue (16,9%). Il tasso di inattività è molto alto tra gli under 29 italiani (60,1%) e sensibilmente più basso tra extracomunitari (50,2%) e comunitari (48,6%). «La scolarizzazione – si legge nel Rapporto – è un fattore connotante la condizione dei giovani stranieri, in particolare extracomunitari. Pochi di quelli che non partecipano al mercato del lavoro sono impegnati in percorsi di studio e troppo alta, tra occupati e non, è la quota di Elet (Early leavers from education and training), cioè giovani tra i 18 e i 24 anni che non hanno terminato l’istruzione secondaria superiore: tra i giovani extra Ue sono il 15,1%, più che tra i giovani comunitari (12%) e il triplo rispetto agli italiani (5,3%)».

16 luglio 2020