Leonella Sgorbati e Pietro Turati, «seminatori di vita»

La Missionaria della Consolata e il francescano ricordati nell’incontro e nella Messa promossi dal Gruppo Nuovi Martiri con il Centro missionario. Il vescovo Ambarus: «Non storie di morte ma esempi e modelli da imitare». L’invito a «dare il meglio di sé, uscendo dalla logica degli avanzi»

Se si vuole vivere una vita autentica, «si deve imitare Gesù, che ha donato tutto se stesso nell’Eucaristia». Questo invito è stato il cuore della riflessione che il vescovo ausiliare Benoni Ambarus, delegato per la carità e i migranti, ha proposto ieri, domenica 7 novembre, alla comunità di Sant’Innocenzo Papa e San Guido vescovo, a Villa Spada. Celebrando la Messa in occasione della giornata organizzata con il Centro missionario diocesano dal Gruppo Nuovi Martiri della parrocchia – che sostiene un progetto a Obock, in Gibuti, nell’Africa orientale -, Ambarus ha spiegato come «c’è differenza tra aiutare gli altri per essere guardato e ammirato e farlo per amore, perché hai guardato e hai visto e riconosciuto il bisogno». In particolare, commentando il passo evangelico di Marco, relativo all’elemosina della povera vedova che, nel silenzio, dona tutto quello che possiede, il presule ha osservato come «il bene, se è autentico, lo veniamo a sapere dopo, viene fatto nel nascondimento», così come nel nascondimento e nell’ordinarietà del quotidiano hanno agito suor Leonella Sgorbati e padre Pietro Turati. Anche al ricordo di questi due nuovi martiri, che hanno operato e sono stati uccisi per la loro fede in Somalia, la comunità parrocchiale ha voluto dedicare la mattinata, arricchita dalla ricostruzione biografica dei due religiosi di Paola Aversa, della Caritas diocesana. Definendoli «seminatori di vita, che il Signore farà germogliare», Ambarus ha guardato a suor Leonella e a padre Pietro per individuare in loro «non delle storie di morte» ma degli esempi e dei modelli da imitare, perché «se vuoi sperimentare davvero il gusto della vita non devi ragionare in termini di “spiccetti” ma devi dare il meglio di te, uscendo dalla logica degli “avanzi”». Infatti «non è del tuo superfluo che c’è bisogno – ha ammonito ancora il vescovo – e questo vale in generale, non solo sul piano materiale».

suor Leonella Sgorbati
suor Leonella Sgorbati

Nata nel 1940 a Piacenza, nella cui cattedrale il 26 maggio del 2016 è stata proclamata beata, suor Leonella Sgorbati ha lavorato per 36 anni in Africa – prima in Kenya e poi in Somalia – come infermiera e ostetrica, oltre che come insegnante e direttrice di scuole per infermieri. Appartenente all’ordine delle suore Missionarie della Consolata, la religiosa nel 2001 accettò la proposta della ong “SoS Villaggi dei Bambini”, che le proponeva di avviare una scuola per infermieri a Mogadiscio. Suor Leonella, in linea con quanto sosteneva padre Daniele Comboni, secondo il quale «gli africani devono salvare l’Africa», spronava i suoi allievi a dare il meglio di loro negli studi, desiderando che fossero protagonisti della ricostruzione della Somalia. Riuscì perfino a ottenere il riconoscimento dell’Organizzazione mondiale della sanità per la sua scuola e tuttavia il suo operato fece ben presto crescere l’ostilità dei fondamentalisti musulmani, che temevano che la suora facesse proselitismo tra i giovani. Proprio al termine di una giornata di lavoro, il 17 settembre 2006, uscendo dalla scuola e davanti ad alcuni dei suoi studenti, suor Leonella venne uccisa, insieme alla sua guardia del corpo musulmana, da 7 colpi di mitra. «Le ultime parole di suor Leonella – ha raccontato suor Renata Conti, postulatrice della causa di beatificazione – sono state “perdono, perdono, perdono” ma subito, appena colpita dai proiettili, ha invitato le persone a non fare niente ai suoi attentatori, perché erano dei semplici ragazzi. Lei non voleva che l’odio ricevuto trovasse vendetta e venisse rimesso in circolo. Ha voluto trattenere il male nel suo corpo, come ha fatto Gesù sulla croce».

padre Pietro Turati
(foto: stelleincielofratellosolesorellaluna.blogspot.com)

In odium fidei è stato ucciso anche padre Pietro Turati, assassinato a Gelib, in Somalia, dove giunse nel 1948 e dove rimase appunto fino alla morte, avvenuta l’8 febbraio 1991. Francescano dei Frati Minori, nato nel 1919 a Brescia, è stato soprannominato “lo zingaro di Dio” perché ha speso la sua vita attraversando lo stato africano per annunciare il Vangelo e per aiutare i più poveri, incaricato via via delle missioni di Merka, Brava, Ng’ambo, Mofi, Baidoa, Belet Weyn, Kisimaio, Gelib. Viveva in povertà estrema e tutto quello che aveva lo donava; specialmente si preoccupava dei bambini dell’orfanotrofio che nel 1952 aprì a Mogadiscio e poi aveva a cuore i malati di lebbra. Di lui rimangono molte lettere delle corrispondenze che intratteneva con l’Italia per far conoscere la reale condizione del Paese africano, cercando degli aiuti economici, e nelle quali sottolinea la «desolata solitudine» in cui si trova a operare un missionario cattolico in terra musulmana. A preoccuparsi della se­poltura di frate Pietro fu il capo villaggio musulmano; il religioso venne sepolto con l’abito da lavoro macchiato di sangue. A dargli l’ultimo saluto, il canto della pietà islamica.

8 novembre 2021