“Leopardi educatore”, il risvolto pedagogico del poeta-filosofo

Nel libro di Franco Cambi e Mario Gennari, i fondamenti del pensiero leopardiano. A partire dall’idea che il sapere nasce dall’esperienza concreta che possiamo fare della realtà

Mai come in questi anni sentiamo l’esigenza di maestri capaci di indicarci le strade da percorrere. Le quali magari non sono davanti a noi, come sarebbe lecito attendersi, ma dietro le nostre spalle. Il che non dovrebbe significare tornare sui passi già compiuti bensì comprendere da dove veniamo, cercando di mettere a frutto ciò che ci era sfuggito o abbiamo frainteso. Questo ci invitano a fare Franco Cambi e Mario Gennari firmando a quattro mani un agile libretto intitolato “Leopardi educatore” (pp. 87, il melangolo, 8 euro).

Tutti, se non conoscono, perlomeno intuiscono la poliedrica valenza del poeta-filosofo di Recanati, ma pochi ne soppesano il risvolto pedagogico insito nella medesima fondamentale e decisiva «teoria delle illusioni» che, se da una parte guida al disinganno cui sono inevitabilmente destinati gli esseri umani quando quasi senza rendersene conto passano dalla gioiosa età giovanile («Che pensieri soavi, / che speranze, che cori, o Silvia mia!») alla ben più consapevole, tragica e matura percezione adulta («Questo è quel mondo? questo / i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi / onde cotanto ragionammo insieme?»), dall’altra consegna a ognuno di noi una nuova possibilità operativa, depurata da qualsiasi utopia e consolazione mitologica. Si tratta di una speranza, nella chiave interpretativa di Franco Cambi, arricchita e potenziata dal vitalismo ironico dell’ultimo periodo napoletano, quindi profondamente legata alla solidarietà etico-sociale e alla coscienza civile collettiva, come sentenziano i versi supremi della Ginestra: «Tutti fra sé confederati estima / gli uomini, e tutti abbraccia / con vero amor, porgendo / valida e pronta ed aspettando aita /negli eterni perigli e nelle angosce / della guerra comune».

Il giovane poeta, esibito senza vergogna dal padre Monaldo alla maniera di un fenomeno da baraccone, sperimentò sulla sua pelle gli effetti perversi di un’educazione sbagliata come quella da lui ricevuta: precettistica, competitiva, autoritaria e pedantesca. Forse anche a causa di tale negativa esperienza profuse, specie nello Zibaldone, ogni sua forza riflessiva nello smontare «le magnifiche sorti e progressive» della propria epoca cercando in tutti i modi di stabilire i fondamenti di una «pedagogia dell’interiorità», per usare l’espressione di Mario Gennari, pronto a ricordarci l’estrema attualità del pensiero leopardiano: il sapere non nasce e si forma dall’addestramento a superare l’ostacolo, quanto piuttosto dall’esperienza concreta che possiamo fare della realtà: «E ciò tanto più oggi, nel XXI secolo, quando la scuola anziché un luogo di conoscenza e cultura è diventata la sede istituzionale per continue misurazioni, valutazioni, test, prove oggettive e verifiche d’ogni sorta».

Se l’adolescente, costretto ad affrontare queste barriere, smarrisce e perde l’energia fantastica che aveva da piccolo, inevitabilmente fallisce. Ecco come viene raffigurato nello Zibaldone (4178) il processo involutivo del ragazzo oggi diremmo bocciato: «Tre stati della gioventù: 1.speranza, forse il più affannoso di tutti. 2.disperazione furibonda e renitente. 3.disperazione rassegnata». È il classico sconforto del ripetente, da tutti gli insegnanti ben conosciuto: il sentimento di frustrazione che da sempre subentra nell’animo dell’alunno sconfitto. Leopardi avrebbe saputo come fare per contrastare la dispersione scolastica!

17 settembre 2018