Libano: nuovo incidente in una base Unifil
L’irruzione di due carri armati nella postazione di Ramyah. La sera prima, fermato un movimento logistico critico del contingente Onu. La premier Meloni: «Attacchi inaccettabili». L’israeliano Netanyahu: «Abbiamo chiesto più volte all’Unifil di andarsene»
«Gli attacchi di Israele contro l’Unifil potrebbero essere dei crimini di guerra». Ad affermarlo è il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, dopo gli episodi degli ultimi giorni in Libano. «Il personale dell’Unifil e le sue strutture non dovrebbero mai essere attaccate – ha sottolineato -. Gli attacchi contro le forze di pace sono una violazione della legge internazionale e del diritto umanitario. Potrebbero essere un crimine di guerra».
Prima dell’alba di ieri, 13 ottobre, due carri armati israeliani hanno «fatto irruzione» a Ramyah, in una postazione dell’Unifil nel sud del Paese: hanno distrutto il cancello principale, rimanendo all’interno per 45 minuti. Il risultato: 15 peacekeeper rimasti intossicati per il fumo di colpi sparati dagli israeliani a centro metri di distanza dal luogo dell’irruzione. La sera prima, le Forze di difesa israeliane (Idf) ha negato il passaggio del contingente Onu nei pressi di Meiss ej Jebel, bloccando «un movimento logistico cruciale», ha denunciato ancora la missione di pace dell’Onu, che ha chiesto «spiegazioni in merito a queste scioccanti violazioni».
Ricordando, «per la quarta volta in pochi giorni», a tutti gli attori l’obbligo di «garantire la sicurezza del personale e delle proprietà delle Nazioni Unite » e di «rispettare in ogni momento l’inviolabilità dei locali delle Nazioni Unite», dall’Unifil ribadiscono in una nota che «violare ed entrare in una posizione Onu è un’ulteriore flagrante violazione del diritto internazionale e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza. Ogni attacco deliberato ai peacekeeper – si legge nel documento – è una grave violazione del diritto internazionale umanitario. Il mandato dell’Unifil prevede la sua libertà di movimento nella sua area di operazioni e qualsiasi restrizione a ciò è una violazione della risoluzione 1701».
Le forze di interposizione delle Nazioni Unite sono da giorni sono sotto il fuoco incrociato tra Israele e Hezbollah. In tutto, 10mila caschi blu; oltre mille i soldati italiani. Di qui la protesta della premier Giorgia Meloni, che, in una telefonata con il premier israeliano Netanyahu, ha parlato di «attacchi inaccettabili». Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha parlato di «ennesimo incidente inaccettabile», mentre il capo di Stato Maggiore Luciano Portolano ha chiesto al suo omologo israeliano Herzi Halevi di «evitare ulteriori azioni ostili». Richiesta formulata in precedenza dalla premier Meloni, che a Netanyahu ha rinnovato l’impegno di Roma attraverso Unifil per «la piena applicazione della risoluzione 1701», la strada maestra per «contribuire alla stabilizzazione del confine israelo-libanese».
Un’azione di pressing, da parte dell’Italia, condivisa anche dai partner Ue, che hanno trovato un’intesa per un documento di risposta agli attacchi all’Unifil. Dagli Stati Uniti, il capo del Pentagono Lloyd Austin ha espresso all’omologo Yoav Gallant «profonda preoccupazione» sui peacekeeper, chiedendo di «passare a una soluzione diplomatica in Libano appena possibile». Dall’Onu infine, rispetto alla richieste di Netanyahu, il segretario generale Guterres ha più volte ribadito che la missione di pace non si muove.
Secondo il governo di Tel Aviv, uno dei tank israeliani si è è scontrato con una postazione Unifil perché era «sotto il fuoco». Negli ultimi giorni infatti le forze armate israeliane hanno intensificato le operazioni contro le milizie di Hezbollah per spingerle più a nord possibile dal confine. Secondo il premier israeliano, la presenza tra i due fuochi dell’Unifil rallenta questa avanzata; per questo ha inviato un messaggio al segretario generale dell’Onu chiedendo di «proteggere» le forze di pace che operano nella zona cuscinetto, dato che i Caschi Blu sarebbero sfruttati da Hezbollah come «scudi umani». Il bilancio intanto è di 5 feriti in tre giorni, e gravi danni alle strutture.
Intanto, la Croce rossa ha fatto sapere che alcuni suoi paramedici sono rimasti feriti durante un raid avvenuto ieri mattina, 13 ottobre, nel sud del Libano, mentre erano impegnati in operazioni di soccorso. Danneggiate anche due ambulanze. I soccorritori erano stati inviati in una casa «in coordinamento» con la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite. «Mentre la squadra cercava vittime da soccorrere, la casa è stata colpita per la seconda volta, provocando traumi ai soccorritori e danni a due ambulanze», ha riferito la Croce rossa libanese. Immediata la denuncia del presidente di Croce rossa italiana Rosario Valastro. «Non è accettabile che le donne e gli uomini impegnati a soccorrere feriti siano bersaglio di attacchi e che rischino di diventare vittime essi stessi, proprio mentre cercano di prestare soccorso a chi ha bisogno di cure – le sue parole -. Agli operatori umanitari impegnati a salvare vite sia sempre garantita protezione, che nessuno osi cancellare il diritto internazionale umanitario». Nelle parole del presidente Cri, «la popolazione civile e gli operatori umanitari non sono un bersaglio. Proteggere chi soccorre significa tutelare malati e feriti, e garantire loro di ricevere gli aiuti di cui necessitano. Lo ho ricordato nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e lo ribadisco ancora oggi. Questi duri attacchi all’Umanità non sono tollerabili».
14 ottobre 2024

