Liberazione di Asia Bibi. Lojudice: «La giustizia ha prevalso»

Il vescovo incaricato della Cooperazione missionaria tra le Chiese nella diocesi di Roma commenta la notizia dell’assoluzione della donna cristiana condannata a morte per blasfemia in Pakistan nel 2010

«In una giornata come quella di oggi, siamo contenti di constatare come anche in un Paese islamico a un certo punto la giustizia prevalga, soprattutto laddove non c’era stata nessuna intenzione di dolo, nessuna azione negativa da condannare». Il vescovo Paolo Lojudice, incaricato della Cooperazione missionaria tra le Chiese nella diocesi di Roma, commenta con queste parole la notizia dell’assoluzione arrivata finalmente questa mattina, 31 ottobre, dopo quasi 9 anni di carcere, per Asia Bibi. La donna cristiana pakistana, madre di cinque figli, era stata denunciata nel 2009 da un’altra donna che l’accusò di aver insultato l’Islam durante una discussione nel Punjab e quindi era stata condannata a morte l’anno seguente con l’accusa di blasfemia.

Il verdetto pronunciato dalla Corte suprema del Pakistan «ci fa capire che esiste una parte del mondo islamico che certamente è più dialogante, riconosce maggiormente certe verità e non è pregiudiziale», prosegue il presule. Ancora, «ci fa capire che quello dell’islam è un modo estremamente diversificato e variegato». L’assoluzione di Asia Bibi è comunque «una bellissima notizia da accogliere rispetto a una famiglia che ha vissuto anni di ingiustizia assoluta e oggettiva, per l’applicazione di una legge che non sta né in cielo né in terra. Sembra che le testimonianze contraddittorie in base alle quali era stata accusata abbiano portato a decidere per l’assoluzione. È una bella notizia il fatto che la giustizia prevalga».

Anche la lunga durata del processo, osserva Lojudice, «mi fa pensare che lo scrupolo a pronunciare una sentenza di morte c’era. Soprattutto vista la risonanza mondiale del caso di Asia Bibi, divenuta in qualche modo simbolo dell’oppressione verso i cristiani». In realtà, per il vescovo, la sua era una situazione «paradossalmente banale: non era impegnata in campagne di proselitismo, non aveva fatto nessun gesto eclatante». La «bella notizia» è che «si sia salvata un’anima», grazie anche a quell’islam che «si presta a essere più dialogante e che nella ricerca della verità non partiva da un presupposto qualsiasi per uccidere una persona». Testimonianza, appunto, di un mondo musulmano estremamente variegato, «nel quale c’è un estremismo non condivisibile ma per fortuna c’è anche dell’altro».

31 ottobre 2018