L’incontro di Francesco con i vescovi del Congo
Il saluto del presidente della Conferenza episcopale: «La violenza continua a scuotere il nostro Paese». Il Papa: «Sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo»
Il ricordo della visita di Giovanni Paolo II, 37 anni fa, e l’istantanea di un Paese che, nell’arco di quei 37 anni, «ha conosciuto momenti di dolore e tribolazione». Li ha offerti a Papa Francesco il presidente della Conferenza episcopale nazionale del Congo Marcel Utembi Tapa, accogliendolo questa mattina, 3 febbraio, nella sua visita nella sede della Conferenza dei vescovi. «Le crisi sono state forti e multiformi – ha ricordato il presule, arcivescovo di Kisangani -. Hanno toccato tutti gli ambiti della nostra esistenza: politica, economica, di sicurezza ed umanitaria. A queste crisi si sono aggiunte epidemie, disastri naturali, in modo particolare alluvioni, terremoti ed eruzioni del vulcano Nyirangongo, che ci hanno tolto ogni sorriso e la speranza di vivere felici nella nostra propria terra – ha aggiunto -. La violenza continua a scuotere il nostro Paese e sembra non volersi più fermare. Ma questi dolori sono vissuti nella speranza cristiana». Nella «certezza assoluta che Dio non abbandona mai il suo popolo. Egli ama la Repubblica democratica del Congo e la sua popolazione, nella sua diversità etnica e culturale. È in questa fede e in questa speranza che vogliamo che si radichi la Chiesa-Famiglia di Dio nella Repubblica del Congo».
Nell’ultimo discorso del Papa in terra congolese, prima della partenza alla volta del Sud Sudan, anzitutto un richiamo all’importanza del «patrimonio ecologico» costituito da «quest’immensa distesa verde che è la vostra foresta». Un’immagine, ha detto, che «parla alla nostra vita cristiana: come Chiesa abbiamo bisogno di respirare l’aria pura del Vangelo, di scacciare l’aria inquinata della mondanità, di custodire il cuore giovane della fede. Così immagino la Chiesa africana e così vedo questa Chiesa congolese – ha continuato -: una Chiesa giovane, dinamica, gioiosa, animata dall’anelito missionario». Ancora, «una Chiesa presente nella storia concreta di questo popolo, radicata in modo capillare nella realtà, protagonista di carità. Una comunità capace di attrarre e contagiare con il suo entusiasmo e perciò, proprio come le vostre foreste, con tanto ossigeno: grazie, perché siete un polmone che dà respiro alla Chiesa universale!», l’omaggio di Francesco.
Nel volto «giovane, luminoso e bello» della Chiesa congolese, ha proseguito, non mancano i segni «del dolore e della fatica, a volte della paura e dello scoraggiamento. È una Chiesa che, come Gesù, vuole anche asciugare le lacrime del popolo, impegnandosi a prendere su di sé le ferite materiali e spirituali della gente, e facendo scorrere su di essa l’acqua viva e risanante del costato di Cristo. Con voi, fratelli, vedo Gesù sofferente nella storia di questo popolo crocifisso e oppresso – le parole del pontefice -, sconvolto da una violenza che non risparmia. Ma vedo allo stesso tempo un popolo che non ha perso la speranza, che abbraccia con entusiasmo la fede e guarda ai suoi pastori, che sa ritornare al Signore e affidarsi alle sue mani». Di qui il monito, ai vescovi, di stare alla larga dallo «spirito brutto del carrierismo e della mondanità», che è «il peggio che può accadere alla Chiesa», insieme a quello a «sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza, a demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione».
Per Francesco, «l’annuncio del Vangelo, l’animazione della vita pastorale, la guida del popolo non possono risolversi in principi distanti dalla realtà della vita quotidiana, ma devono toccare le ferite e comunicare la vicinanza divina, perché le persone scoprano la loro dignità di figli di Dio e imparino a camminare a testa alta, senza mai abbassare il capo dinanzi alle umiliazioni e alle oppressioni». L’indicazione allora è quella di diventare «strumenti di consolazione e di riconciliazione per gli altri, per sanare le piaghe di chi soffre, lenire il dolore di chi piange, risollevare i poveri, liberare le persone da tante forme di schiavitù e di oppressione. La compassione – ha sottolineato – non è un sentimento, è un patire con. Ecco la nostra identità episcopale: bruciati dalla Parola di Dio, in uscita verso il popolo di Dio, con zelo apostolico». Quindi, l’esortazione: «Siete chiamati a continuare a far sentire la vostra voce profetica, perché le coscienze si sentano interpellate e ciascuno possa diventare protagonista e responsabile di un futuro diverso». E «piantare semi di rinascita, perché il Congo di domani sia davvero quello che il Signore sogna: una terra benedetta e felice, mai più violentata, oppressa e insanguinata».
In sostanza, spetta ai presuli, secondo Francesco, il compito «dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza. Consolare il popolo – ha ricordato – è un invito del Signore che ritorna”, ha aggiunto a braccio». È un annuncio fatto di «vicinanza» e di «testimonianza», lavorando insieme «come modelli di fraternità, di pace e di semplicità evangelica. Un pastore – ha sottolineato – non può essere un affarista. Siamo pastori e servi del popolo, non amministratori delle cose: non affaristi, pastori, davanti al gregge, in mezzo al gregge e dietro al gregge». L’invito finale, allora, è quello a «non trascurare il dialogo con Dio e non lasciare che il fuoco della profezia sia spento da calcoli o ambiguità con il potere, e nemmeno dal quieto vivere e dall’abitudinarietà. Dinanzi al popolo che soffre e all’ingiustizia – ha osservato – il Vangelo chiede di alzare la voce. Quando alziamo la voce, rischiamo», ha aggiunto a braccio, citando alcuni grandi pastori che «hanno segnato la storia del vostro Paese e della vostra Chiesa. Sono le vostre radici, che vi irrobustiscono nell’ardore evangelico – ha commentato -. Non abbiate timore di essere profeti di speranza per il popolo, voci concordi della consolazione del Signore, testimoni e annunciatori gioiosi del Vangelo, apostoli di giustizia, samaritani di solidarietà – l’appello -. Non scoraggiatevi mai», l’esortazione. Ringraziando quindi i vescovi «per il vostro servizio, per il vostro zelo pastorale, per la vostra testimonianza», Bergoglio ha aggiunto ancora una cosa: «La misericordia». Ancora una volta, l’invito è a «perdonare, sempre. Per il perdono rischiate, sempre! Perdonate sempre, nel sacramento della riconciliazione, e così seminerete perdono per tutta la società».
3 febbraio 2023

