Lo stile visionario di “Esterno notte”

Nelle sale la prima parte del film di Bellocchio dedicata alla tragedia di via Fani, la seconda a giugno. In autunno miniserie su Rai1. Gli applausi a Cannes

Sono passati quasi 45 anni. È il 9 maggio del 1978 quando il cadavere di Aldo Moro viene trovato nel bagagliaio di una Renault rossa parcheggiata nel centro di Roma, a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Dal 16 marzo trascorrono cinquantacinque giorni caratterizzati da una tensione crescente, l’Italia vive in un clima di incertezza, alimentato dalla presenza delle Brigate rosse, gruppo terroristico in grado di avviare un braccio di ferro con lo Stato, al centro del quale si trova Moro, presidente della Dc e tra i promotori dell’apertura del governo a sinistra, al Partito Comunista.

Questo scenario è il punto di partenza di “Esterno notte”, il nuovo film di Marco Bellocchio, che affronta l’argomento con un’ottica sostanzialmente nuova. L’opera è una “prima volta” per un cineasta esperto come lui. Va ricordato che Bellocchio, nato nel 1939, si è imposto presto nel panorama del cinema italiano, a partire da quando nel 1967 vince il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia per il film “La Cina è vicina”. Gira da allora per mezzo secolo, oltre venti lungometraggi, fino a “Il traditore” (2019). Un titolo che si ricollega a quello di oggi, è “Buongiorno, notte”, film del 2003, sempre sul sequestro Moro, con al centro Chiara ed Ernesto, due ragazzi come tanti che acquistano un appartamento per farne il covo di una clamorosa operazione terroristica. Ora però la prospettiva cambia. Siamo di fronte ad un film in due parti (la prima in sala dal 18 maggio, la seconda dal 9 giugno) concepito come una miniserie in sei capitoli, che andranno in onda in autunno su Rai1. Per Bellocchio il misurarsi con la serialità è una scommessa che il regista affronta e vince grazie al rigore estremo e assoluto della messa in scena, dello stile visionario. Anzi, al contrario, la possibilità di dire di più, e con più tempo, consente al regista piacentino di allargare in profondità lo sguardo su brigatisti, politica e Chiesa.

Ad ognuno di questi è dedicato un capitolo, che il regista svolge nell’ottica di una crescente, tragica ultima spiaggia. I brigatisti sono uomini e donne il cui sonno della ragione vacilla. Ugualmente senza sconti è il ritratto del partito, i cui notabili il film accusa a viso aperto, mantenendo però ferma la barra della calma e della razionalità. La Chiesa vive nel volto scavato e sofferente di Papa Paolo VI, osservato nei drammatici momenti di scelte difficili da compiere.

Il film si muove come un grande, misterioso libro aperto sul quale è difficile scrivere la parola fine. Bellocchio esita, tra incertezza e disagio. Troppo profonde le ferite inferte ad una ancora giovane democrazia. Forse vince la capacità di fare un cinema vero e autentico, con coraggio e schiena dritta. Intanto un plauso a Bellocchio, ai meritati applausi raccolti a Cannes e alla sua inesausta voglia di insinuarsi nella verità.

30 maggio 2022