Lucia Di Mauro: quell’incontro con chi uccise mio marito
Al Seminario Maggiore l’incontro con la vedova di una guardia giurata uccisa dalla camorra, che ha perdonato il giovane omicida e lo ha sostenuto nel reinserimento, ha aperto la Settimana di animazione per la pastorale delle persone detenute
Sì può perdonare un crimine efferato? A tal punto da riparare e, anzi, convertire il male in bene? A portare una testimonianza concreta e potentissima è Lucia Di Mauro, vedova di Gaetano Montanino, guardia giurata uccisa a Napoli nel 2009 durante una rapina. Tra gli autori del delitto c’era l’allora diciassettenne Antonio, per il quale Lucia ha avuto la forza non solo di perdonare, ma anche di stare al suo fianco per riabilitarlo. È questa la storia che Lucia Di Mauro ha raccontato ieri, lunedì 10 marzo, al Pontificio Seminario Romano Maggiore, nell’incontro “L’abbraccio che ripara. Perdonare un delitto”, promosso dal Servizio diocesano per la pastorale carceraria, che ha dato il via alla Settimana di animazione per la pastorale delle persone detenute, organizzata per la prima volta nella diocesi di Roma.
La vedova Montanino era ed è tuttora un’assistente sociale, abituata a occuparsi di persone in contesti difficili, ma «mai avrei pensato di vivere in prima persona un dramma simile», ha affermato. Il suo perdono è passato direttamente per la vita stessa di Antonio, che grazie al percorso di giustizia riparativa è oggi un uomo libero, cambiato, onesto, sposato e con un lavoro, che ha scontato il suo debito con la giustizia.
Dopo l’omicidio, infatti, schiacciato dai sensi di colpa, Antonio chiede di incontrare la vedova, ma quest’ultima ha troppa paura, come lei stessa ha raccontato. «Poi però, otto anni dopo, mentre stava scontando la pena a 22 anni, durante una manifestazione di Libera, di don Ciotti, a Napoli, dal palco vedo Antonio – racconta – lì con alcuni educatori del carcere. Mi aspettavo di vedere un mostro, invece ho visto solo un ragazzo in lacrime». E ha accettato di incontrarlo, di conoscerlo, «anche con il contrasto dei miei familiari che pensavano stessi tradendo la memoria di mio marito. Incontrarlo fu un momento devastante – ammette la donna – ma ho visto in lui così tanto dolore che mi è venuto naturale voler tentare di aiutarlo».
La vedova Montanino si è impegnata fin dall’inizio a cercargli un lavoro, chiedere e ottenere per lui la libertà vigilata, addirittura far da garante per pagare un suo debito con le banche. «Perché – spiega – se chi sbaglia si converte al bene tutta la società vince». A interloquire con lei, durante l’evento, è stato il vescovo Benoni Ambarus, responsabile diocesano dell’ambito della Diaconia della carità. «Si parla tanto – ha spiegato – della rieducazione e del reinserimento sociale e in quest’ottica il concetto di giustizia riparativa è qualcosa di profondamente cristiano». Secondo Ambarus, infatti, «perdonare significa guardare avanti e salvare delle vite: quelle di chi ha sbagliato e di chi gli sta accanto. Perdonare – ha concluso – è quindi il primo passo per un bene davvero collettivo».
Infine, l’invito, nella Settimana di animazione per la pastorale delle persone detenute che culminerà, domenica prossima, 16 marzo, nella Giornata diocesana per le persone detenute: «Fino al 16 marzo – ha spiegato Ambarus – le parrocchie che lo desiderano potranno organizzare una Via Crucis o una veglia o un ritiro durante il quale pregare in modo particolare proprio per chi si trova in carcere e donare colombe pasquali o offerte per spese ad hoc» ,entro il 10 aprile.
11 marzo 2025

