L’uomo “alla sera della vita”: rimettere al centro la persona
È l’urgenza sottolineata dal cardinale Camillo Ruini al convegno promosso da Bambino Gesù, Centro diocesano per la pastorale sanitaria e Società italiana di cure palliative
«Ricollocare al centro dell’attenzione la persona del malato non guaribile, per consentirgli di affrontare nel modo anche soggettivamente migliore l’ultimo periodo della sua vita». È l’appello rivolto dal cardinale Camillo Ruini, vicario emerito della diocesi di Roma, intervenuto sabato 15 ottobre al Bambino Gesù al convegno “Il valore delle scelte. L’uomo alla sera della vita”, promosso dall’ospedale, dal Centro diocesano per la pastorale sanitaria e dalla Società italiana di cure palliative. Nel primo intervento di una mattinata che ha visto la partecipazione, tra gli altri, della senatrice Paola Binetti e del presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli, di medici e giuristi, Ruini ha sottolineato come «il nostro modo di porci di fronte alla fine della vita» sia «profondamente cambiato negli ultimi decenni, basti pensare al consenso che ha acquistato l’eutanasia, sulla base del convincimento che tocchi a noi disporre riguardo ai tempi e ai modi della nostra morte». Proponendo una riflessione teologica sulla morte, il cardinale ha indicato come i profondi cambiamenti occorsi nell’ultimo secolo ha trasformato la morte in una «questione per professionisti», mentre sono molto diminuiti i contatti del malato con i parenti».
Nelle parole di Ruini, «il progresso della medicina incide profondamente anche sul modo in cui il malato si avvicina alla propria morte. Alla morte naturale si sostituisce una morte programmata nella quale qualcuno – di solito non il paziente ma i medici e i parenti – prende la decisione sul momento in cui interrompere i trattamenti e lasciare che il decesso abbia corso. Il rischio che, per conseguenza, il malato terminale sia trattato, più che come una persona, come un caso clinico è avvertito ormai da tempo nello stesso ambiente medico». La riflessione del cardinale ha affrontato anche gli effetti sociali della morte, dalla scomparsa dei segni esterni del lutto alle incombenze pratiche affidate sempre più alle imprese funebri, così che «i nostri contatti con la morte sono assai diminuiti sotto il profilo sociale come sotto quello medico». Ancora, «un fatto molto significativo di cui ciascuno di noi può fare esperienza – sono le parole del cardinale – è che della morte non si deve parlare: nella nostra società la morte è diventata da tempo il tabù supremo, ciò di cui non si deve parlare, se non per necessità. Perciò i sociologi parlano di rimozione della morte o di sua decostruzione. Tanto meno, per conseguenza, la nostra società è orientata a pensare a un eventuale “dopo”». Da qui quella che il porporato ha definito «una cesura fondamentale rispetto al nostro passato, nel quale il “dopo”, in concreto la vita eterna o invece la rovina eterna, forniva la risposta decisiva all’interrogativo sul senso non soltanto della morte ma della vita stessa».
In questo contesto si inserisce la forza di un crescente naturalismo, come «alternativa radicale al cristianesimo. La convinzione che la morte, al di là delle apparenze, sia in fondo qualcosa di positivo accomuna oggi persone e visioni del mondo molto diverse», ha detto Ruini, che ha citato gli esempi del giornalista e scrittore Tiziano Terzani e del cofondatore di Apple Steve Jobs, morti «in anni abbastanza recenti. Il loro ritrovarsi nell’apprezzare la morte come qualcosa di positivo perché attraverso di essa la natura può seguire il proprio corso è quindi molto significativo». Di fronte alla sfida della morte il cardinale ha indicato i limiti dell’approccio diffuso nel rapportarci con persone prossime alla morte o in pericolo di vita, ovvero «tranquillizzare il malato assicurandogli che la sua situazione non è tanto grave», così che «a un certo punto il malato incomincia a non credere più alle nostre rassicurazioni» e maturi l’idea, o il timore, «che la morte sia il peggio che gli possa capitare, la fine di tutto. I malati in pericolo di vita hanno anzitutto bisogno di percepire la nostra vicinanza e il nostro affetto: così non si sentono soli e imparano a contare comunque su di noi. Non dobbiamo, inoltre, nascondere a loro la nostra fede nella vita futura: percepire che quelli che lo assistono sono credenti apre alla speranza il cuore del malato».
17 ottobre 2022

