Malattie e vaccini, panorama che cambia da regione a regione

Presentato alla Cattolica il primo report sulla “Prevenzione vaccinale”. Di Pietro (Istituto sanità pubblica): l’obbligatorietà, «tema discusso»

Presentato alla Cattolica il primo report sulla “Prevenzione vaccinale”. Di Pietro (Istituto sanità pubblica): l’obbligatorietà, «tema discusso»

A causa della poca omogeneità territoriale nell’offerta vaccinale in Italia, bambini e adulti corrono rischi differenti a seconda delle regioni in cui vivono. Eppure, proprio ricorrendo ai vaccini, ci si ammala di meno per alcune patologie come il morbillo e l’epatite B. A rivelarlo è il primo report sulla “Prevenzione vaccinale” pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane – diretto da Walter Ricciardi – con sede all’Università Cattolica di Roma e presentato oggi, 19 giugno. Il “Progetto prevenzione Italia”, da cui questo primo Report ha origine, prevede la pubblicazione di una serie di rapporti tematici su argomenti di sanità pubblica, con taglio sia epidemiologico che valutativo-economico rispetto a efficacia, costi, risorse disponibili e fattibilità organizzativa. Report che, nel loro insieme, andranno a costituire un Atlante sullo stato dell’arte della prevenzione in Italia.

Indagando le ragioni alla base della differente diffusione delle vaccinazioni nel territorio italiano, questo primo lavoro mostra come tutto ciò sia correlato alla diversa applicazione regionale delle direttive nazionali, nonostante dal 2001 le vaccinazioni siano state incluse nei Lea-Livelli essenziali di assistenza e nonostante esista anche un Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv). Si scopre così, per citare un esempio, che il vaccino anti-Human Papilloma Virus introdotto nel 2007 per le ragazze nel 12° anno di vita, non viene somministrato in modo uniforme in tutto il Paese sia perché l’offerta gratuita nelle Regioni e nelle Province autonome è stata avviata in tempi diversi, sia per il limite massimo di età oltre il quale la gratuità non è più prevista.

Quanto ai dati di notifica relativi ad alcune malattie prevenibili con la vaccinazione obbligatoria, l’analisi mostra zero casi registrati per la poliomielite e la difterite, e 57 casi per il tetano (2011), mentre per l’epatite B, resa obbligatoria molto più tardi (2001), si registra una netta contrazione di casi negli anni osservati (-81,54% dal 2000 al 2010): patologie per le quali, a livello nazionale, è stato raggiunto l’obiettivo minimo di copertura stabilito nel vigente Pnpv (almeno il 95% entro i 2 ani di età). Cali consistenti sono stati registrati dal 2000 al 2010 anche per quelle patologie per le quali il vaccino è invece solo raccomandato: ad esempio si è passati da 1.457 a 388 casi di morbillo (-73,37%) e da 2.605 a 47 casi di rosolia (-98,20%) sebbene la relativa copertura vaccinale non raggiunga il valore ottimale (95%) previsto.

«L’obbligatorietà è un tema molto discusso», spiega Maria Luisa Di Pietro, docente presso l’Istituto di sanità pubblica della Cattolica di Roma. Paradossalmente, proprio il successo delle vaccinazioni può spingere a non accettarle poiché la minor frequenza di queste malattie prevenibili può diminuire la percezione della loro gravità. «È per questo che il raggiungimento e il mantenimento di elevate coperture è fondamentale». Attraverso il meccanismo di herd immunity (immunità di gruppo), le vaccinazioni perseguono infatti il duplice obiettivo di salvaguardare chi vi si sottopone e di tutelare la restante popolazione. Alessandro Solipaca, segretario scientifico di Osservasalute, conclude sottolineando il rapporto costi-benefici: «L’uso appropriato di vaccini – spiega – determina la riduzione dei costi globali per la gestione delle patologie che gli stessi prevengono». In pratica, vaccinarsi oggi vuol dire non incorrere in talune malattie domani e, di riflesso, non dover gravare, per le cure, sul Sistema sanitario nazionale.

19 giugno 2015