“Malempin”: le sorprese di Simenon

Nel titolo, stampato per la prima volta nel 1939, quasi una radiografia del male umano: non chiara, ma sfocata, quindi ancora più inquietante. Sepolte tra le pagine le conclusioni

Dall’inesauribile cassetta magica di Georges Simenon continuano a uscire romanzi sempre più sorprendenti e anomali, specie se collocati nella lunga sequenza di centinaia e centinaia di opere da Adelphi integralmente riproposte, contribuendo così alla progressiva ridefinizione critica del grande scrittore nato a Liegi nel 1903 e morto a Losanna nel 1989. La qualifica di autore poliziesco, legata come sappiamo al ciclo narrativo dedicato all’ispettore Maigret, da tempo gli sta sempre più stretta: un testo come Malempin, ad esempio, stampato per la prima volta nel 1939, tradotto e presentato in Italia da Mondadori già nel 1960 con il titolo Ricordi proibiti, sembra piuttosto una radiografia del male umano: non chiara, ma sfocata, quindi ancora più inquietante.

Attraverso la figura di Edoard Malempin, medico impegnato a vegliare il figlio più piccolo malato di difterite, il lettore sprofonda in un passato pieno di misteri irrisolti, relazioni ambigue, ipocrisie, miserie, invidie e ambizioni frustrate. L’ambiente è quello ben noto per chi conosce l’autore, della nebbiosa campagna della provincia francese: Saint-Jean d’Angély, quasi una categoria dell’anima. L’uomo, alternando la cronaca della cura ospedaliera alle memorie infantili, annota sul quaderno lo squallore della propria famiglia d’origine, quella specie di cappa scura in cui è cresciuto, soprattutto da quando sparì lo zio Tesson, affarista e usuraio, che forse prestò dei soldi ai suoi genitori. Pochi giorni dopo il ragazzino, mentre andava a scuola, aveva visto in una discarica il polsino dello scomparso: «Distinguevo il gemello d’oro, col puntino rosso di un rubino, e lo riconobbi». Inoltre, quando i gendarmi vennero in casa a fare le loro investigazioni, Edouard, accoccolato in cucina, ebbe l’impressione che la madre nascondesse qualcosa.

Nella costruzione di un magistrale ritardo narrativo, imperniato sullo sgomento del piccolo protagonista, tanto più irresistibilmente coinvolto nella conturbante vicenda a cui assiste quanto meno capace di reggere il peso di ciò che va scoprendo, Simenon intreccia l’incoscienza del bambino, che non riesce a trovare le risposte che cerca, alla spaventosa consapevolezza dell’adulto, ancora restio a trarre le deduzioni fatali che non lascerebbero scampo a nessuno: «Allora come mai è a mia madre, ancora oggi, che mentalmente chiedo conto di tutto? D’istinto, sono i suoi atti e i suoi gesti che mi viene da passare al vaglio. Non riesco a evitare di guardarla freddamente, come un giudice».

Alla fine, impossibile dimenticarlo, è proprio grazie a una parte del patrimonio di Tesson che al dottor Malempin fu concesso di studiare e laurearsi in medicina, emancipandosi dalla condizione di povertà da cui proveniva. Ma a quale prezzo? Tutta la forza del romanzo sta nel mantenere sepolte le tragiche conclusioni lasciando a chi legge il compito ingrato di farlo.

5 marzo 2025