Maternità in Italia: a rischio il futuro. Nascite al minimo storico
VIII rapporto Le Equilibriste: 1 famiglia su 4 con figli a rischio povertà; numero di neonati e neomamme in picchiata. Primo parto a 32 anni e ne 43% dei casi non si desidera un altro figlio. Tra le cause, fatica, difficile conciliazione lavoro/famiglia, mancanza di supporto, scarsità dei servizi
Il 2022 ha sancito il minimo storico delle nascite in Italia: -1,9% per 392.598 registrazioni all’anagrafe. Una contrazione della natalità che accompagna l’Italia da decenni e che ormai coinvolge anche la componente straniera della popolazione. Questi alcuni tra i principali dati contenuti nell’8° edizione del rapporto “Le Equilibriste” di Save the Children, diffuso ieri, 10 maggio, a pochi giorni dalla Festa della Mamma, che traccia un bilancio aggiornato delle molte sfide che le donne in Italia devono affrontare quando diventano mamme.
Le donne hanno meno figli o non ne hanno affatto: i primi figli nati nel 2021 sono il 34,5% in meno di quelli che nascevano nel 2008, con una contrazione anche del numero di figli nati da entrambi i genitori stranieri, che si è fermato a quota 56.926 nel 2021 (era 79.894 nel 2012). Nel nostro Paese la coorte di donne in età fertile è diminuita nei decenni e si diventa madri sempre più tardi: l’età media al parto è di circa 32 anni, una delle più alte in Europa, e già nel 2019 l’8,9% dei primi parti riguardava madri ultraquarantenni. Il 12,1% delle famiglie con minori in Italia (762mila famiglie) sono in condizione di povertà assoluta, e una coppia con figli su 4 è a rischio povertà, in uno scenario generale nel quale il numero di nuovi nati e di neomamme sono in picchiata, ma non c’è da stupirsi.
Se il rinvio della maternità e la bassa fecondità sono frutto di numerose concause, c’è una relazione diretta e positiva tra partecipazione femminile al mercato del lavoro e fecondità. Il mercato del lavoro sconta ancora un gap di genere fortissimo. Nel 2022, pur segnando una leggera decrescita, il divario lavorativo tra uomini e donne si è attestato al 17,5%, ma è ben più ampio in presenza di bambini: nella fascia di età 25-54 anni se c’è un figlio minore, il tasso di occupazione per le mamme si ferma al 63%, contro il 90,4% di quello dei papà, e con due figli minori scende fino al 56,1%, mentre i padri che lavorano sono ancora di più (90,8%), con un divario che sale a 34 punti percentuali. Pesano anche, e molto, differenze geografiche e titolo di studio. Nel Mezzogiorno l’occupazione delle donne con figli si arena al 39,7% (46,4% se i figli non ci sono), contro il 71,5% del Nord (78,9% senza figli), e in Italia le madri laureate lavorano nell’83,2% dei casi, ma le lavoratrici sono molte meno tra chi ha il diploma della scuola superiore (60,8%) e precipitano al 37,4% se c’è solo la licenza media. Il gap lavorativo per le donne legato a genere e genitorialità è purtroppo ancora molto marcato nel nostro Paese, ancor più se si considerano le famiglie monogenitoriali (2,9 milioni nel 2021, il 17% del totale dei nuclei; nell’80% dei casi composte da madri single). Come ogni anno, lo studio include anche l’Indice delle Madri, elaborato dall’Istat per Save the Children, una classifica delle Regioni italiane stilata in base alle condizioni più o meno favorevoli per le mamme.
Quest’anno l’Indice delle madri per regione si arricchisce ed è il risultato di una analisi basata su 7 dimensioni: demografia, lavoro, servizi, salute, rappresentanza, violenza, soddisfazione soggettiva, per un totale di 14 indicatori da diverse fonti del sistema statistico nazionale. L’indice è il frutto della collaborazione con l’Istituto nazionale di statistica (Istat) che ha consentito di sintetizzare indicatori elementari, al livello territoriale regionale, utilizzando la metodologia già applicata per la misurazione del Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat e da numerose organizzazioni internazionali. Il valore del Mother’s Index, pari a 100, rappresenta il termine di riferimento rispetto al quale cogliere una condizione socioeconomica più favorevole per le donne, in caso di valori superiori ad esso, o al contrario condizioni meno vantaggiose, quando il valore si attesti su livelli inferiori a 100. Il Lazio (101,2) si posiziona al 13° posto dell’Indice generale di questa particolarissima classifica delle regioni più o meno “amiche delle mamme”, 17 punti sotto alla Provincia Autonoma di Bolzano (118,8) che si colloca al primo posto, seguita da Emilia-Romagna (112,1) e Valle d’Aosta (110,3). A seguire, Toscana (108,7), Provincia Autonoma di Trento (105,9), Umbria (104,4) e Friuli-Venezia Giulia (104,2). Fanalino di coda dell’Index generale le regioni Basilicata (84,3), Campania (87,7), Sicilia (88,7), Calabria (90) e Puglia (90,6), che occupano rispettivamente dalla 21ª posizione alla 17ª e sono sotto il valore di riferimento di almeno 10 punti, scontando una strutturale carenza di servizi e lavoro nei propri territori, a testimonianza di un investimento strategico da realizzare proprio in queste regioni.
Per quanto riguarda l’area della Demografia, il Lazio (96,5) si colloca al 17° posto, ex equo con Toscana e Marche, molto lontano dalle regioni più virtuose che sono la Provincia Autonoma di Bolzano (138,5), nettamente sopra al valore di riferimento fissato a 100 e quella di Trento (114,5), seguite da Sicilia (112,8), Campania (111,1) e Calabria (106,8). Al contrario, Sardegna (78,5), Basilicata, Molise (entrambe 90,5) e Umbria (94), registrano tassi molto al di sotto del valore nazionale, occupando gli ultimi posti dell’Indice. Tutte le regioni del Centro sono al di sotto di questo valore.
L’Emilia-Romagna (109,1), il Piemonte (108,9), la Valle d’Aosta (107,9) e la Lombardia (106,2), occupano i primi posti nell’area Lavoro. Regioni dove, per le madri è più facile trovare un impiego, non subire riduzioni di orario non volontarie o tenere un lavoro dopo la nascita di un figlio. Mentre il Lazio (100,9) è assolutamente a metà classifica posizionandosi al 10° posto. Di contro, Sicilia (81), Basilicata (82,2) Calabria (82,4) e Campania (83,2) non forniscono dati incoraggianti sull’occupazione delle mamme, posizionandosi nella zona più bassa dell’Indice.Per quanto riguarda la rappresentanza, in questa dimensione, relativa alla percentuale di donne in organi politici a livello locale per regione, il Lazio (116,3) è nella parte alta della classifica, collocandosi al 5° posto, preceduto da Emilia-Romagna (117,4), Toscana (122,8), Veneto (123,4) e Umbria (128,4) che occupa la prima posizione. In Basilicata (68,4), Valle d’Aosta (80,3), Sardegna (83,7) e Puglia (84,5) invece, la rappresentanza femminile è ben al di sotto del valore di riferimento nazionale. Emblematico il caso della Basilicata a più di 30 punti sotto questo valore.
La regione Lazio (96,5) scende in 17° posizione nell’area Salute, che riguarda mortalità infantile nel primo anno di vita e consultori attivi per abitante, mentre Calabria (88,6) e Campania (91,4) si posizionano agli ultimi posti con valori al di ben sotto di quello di riferimento, precedute a breve distanza da Molise (95,3), Sicilia (95,8). Nell’Indice, spiccano invece regioni come Valle d’Aosta (140,9) con ben 40 punti in più del valore di riferimento nazionale, Provincia Autonoma di Bolzano (117,6), Emilia-Romagna (110,4) e Toscana (110,2). Per quanto riguarda la dimensione dei servizi, il Lazio (111) si colloca all’8° posto, in una classifica guidata dalle province autonome di Trento (131,3) e di Bolzano (126,3), rispettivamente al primo e secondo posto, che sono le regioni più virtuose per i servizi offerti alle mamme e ai loro bambini (asili nido, mense scolastiche, tempo pieno), seguite da Valle d’Aosta (122,2), Emilia-Romagna (119,3) e Toscana (118,9). Nell’Area Servizi, è la Sicilia (75,8) a posizionarsi all’ultimo posto preceduta da Campania (78,3), Calabria (80,4) e Puglia (82), regioni dove l’offerta di servizi è discontinua o assente.
In Italia, le donne dedicano 5 ore e 5 minuti al giorno al lavoro non retribuito di cura domestica e della famiglia, contro un’ora e 48 minuti degli uomini. Il 74% di questo carico grava quindi su di loro, e anche quando contribuiscono al reddito e al lavoro tanto quanto gli uomini, dedicano alla cura 2,8 ore in più di loro, che salgono a 4,2 quando ci sono i figli. Ma, come sottolinea il rapporto “Le Equilibriste”, in un approfondimento dedicato ai papà, tra le pieghe del ménage familiare si intravede un trend finalmente positivo. Anche se la maternità interferisce direttamente con l’accesso al mercato del lavoro delle donne, mentre la paternità spinge i padri a lavorare ancora di più, questi ultimi manifestano una crescente esigenza di conciliazione tra lavoro e famiglia. Lo dimostra il numero maggiore dei padri che usufruiscono del congedo di paternità introdotto nel 2012, che dal 2013 sono quadruplicati raggiungendo quota 155.845 nel 2021, contro i 50.500 del 2013, per un tasso di utilizzo che è passato dal 19,23% al 57,6%. Recentemente, anche se si tratta di numeri per ora minimi, va notato che tra le convalide di dimissioni dal lavoro per motivi di conciliazione con la cura familiare il numero dei padri è passato dai 743 del 2020 a 1.158 del 2021.
«Sappiamo che dove le donne lavorano di più nascono anche più bambini, con un legame tra maggiore fecondità e posizione lavorativa stabile di entrambi i partner. Tuttavia, la condizione lavorativa delle donne, e in particolare delle madri, nel nostro Paese è ancora ampiamente caratterizzata da instabilità e precarietà, a cui si aggiungono la carenza strutturale di servizi per l’infanzia, a partire dalla rete di asili nido sul territorio, e la mancanza di politiche per la promozione dell’equità nel carico di cura familiare. I provvedimenti approvati negli ultimi anni, pur andando nella giusta direzione, non sono che timidi passi sul fronte del sostegno alla genitorialità. Non possiamo permetterci di perdere l’occasione del Piano nazionale di ripresa e resilienza per costruire finalmente una rete capillare di servizi per la prima infanzia ed è altrettanto necessario andare con più forza verso un congedo di paternità paritario rispetto a quello delle madri. L’Italia è un paese a rischio futuro, e se è vero che il trend di denatalità non può essere invertito velocemente, è ancor più vero che è quanto mai urgente invertire il trend delle politiche a sostegno della genitorialità per non perdere altro tempo prezioso», dichiara Antonella Inverno, responsabile Politiche infanzia e adolescenza di Save the Children Italia.
Se, come dimostrano i dati, il tema del gap lavorativo è cruciale nella vita delle “mamme equilibriste”, anche l’esperienza della maternità in sé mostra tutti i limiti di un Paese, come il nostro, che fatica a evolversi verso un modello paritario a tutti gli effetti, intorno e dentro alla famiglia. In una indagine realizzata da Ipsos per Save the Children e contenuta nel rapporto “Le Equilibriste”, le mamme di bambine e bambini tra 0 e 2 anni in Italia testimoniano infatti un chiaro vissuto di solitudine e fatica, dall’evento del parto alla ricerca di un nuovo equilibrio nella vita familiare e lavorativa.
«In Italia si parla molto della crisi delle nascite ma si dedica poca attenzione alle condizioni concrete di vita delle mamme, le “equilibriste” sulle quali grava la quasi totalità del lavoro di cura. Per sostenere la genitorialità occorre intervenire in modo integrato su più livelli. Occorre potenziare il sostegno economico alle famiglie con minori, a partire da tutte quelle che vivono in condizioni di difficoltà, considerando che la nascita di un bambino rappresenta in Italia uno dei principali fattori di impoverimento. Allo stesso tempo, in un Paese dove il numero dei giovani fuori dai percorsi di formazione, studio e lavoro raggiunge una delle percentuali più alte in Europa, è indispensabile garantire ai più giovani l’autonomia abitativa e condizioni lavorative dignitose. I pochi bambini che nascono oggi dovrebbero poi vedere assicurato l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia così come alle cure pediatriche. Eppure sappiamo che questi diritti fondamentali non sono assicurati in tutto il Paese dove permangono, come dimostra l’Indice regionale, gravissime disuguaglianze territoriali. Accanto ad una solida rete di welfare che accompagni i primi mille giorni di vita di un bambino è necessario un deciso impegno per assicurare alle donne – e in particolare alle mamme – la possibilità di sviluppare il proprio percorso lavorativo, riequilibrando i carichi di cura e trasformando un mondo del lavoro ancora oggi in molti casi ostile. Questo significa sanzionare ogni forma di discriminazione legata alla maternità, incentivare il family audit, promuovere l’applicazione piena della legge sulla parità di retribuzione e rendere effettivi tutti gli interventi sulla parità di genere a partire da quelli previsti nel Pnrr», dichiara Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
11 maggio 2023

