Migranti e rifugiati: l’integrazione richiede il “con”

Nella nostra città abita un numero significativo di stranieri che ci chiedono di condividere la vita, prendendo da loro tutta la ricchezza di cui sono portatori

Abbiamo celebrato ieri, 25 settembre, la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Un appuntamento al centro della nostra preghiera e della nostra fraternità di cristiani, in favore di un’umanità tra le più fragili dei nostri tempi. Va evitato un pericolo latente nel celebrare questa Giornata. Non si tratta solo di “categoria” di persone che ha un’esistenza che si caratterizza per una “mano vuota e tesa”, per elemosinare. Essi sono molto di più.

I migranti e i rifugiati si sono dovuti svuotare della maggior parte del loro bagaglio umano: relazionale, affettivo e materiale. Hanno dovuto lasciare dietro di sé tutti i legami familiari del Paese di origine, strapparsi da amici, spose o sposi, genitori o figli; hanno lasciato quel poco di ricchezza materiale che avevano nel proprio Paese: casa, oggetti ricordo, terre che sono impresse nel loro animo, abitudini culturali. Hanno vissuto un abbandono: la loro valigia, il loro zaino è diventato la loro casa. A noi, dopo un po’ di giorni fuori casa, lontano dal nostro habitat, dalla nostra città, ci può capitare di dire: mi mancano le mie cose, la mia stanza, le comodità. Ecco, ai migranti e rifugiati manca tutto, sono vuoti e svuotati da tutto ciò che significa quotidianità.

Però i migranti e i rifugiati non sono semplicemente questo. Non sono coloro che noi possiamo definire “i mancanti”; essi sono anche i “sanamente affamati di vita”, di relazioni, di affetti. Hanno una grinta e un’energia di vita molto alta che si può intuire meglio quando si fa esperienza di vicinanza con loro. Nella nostra città abita un numero significativo di stranieri, migranti o rifugiati. Sono qui in mezzo a noi e chiedono a tutti noi di non relegarli in “uno stato di minorità”, culturale o  religiosa. Desiderano e ci chiedono di condividere la vita, prendendo da loro tutta la ricchezza umana, spirituale e culturale di cui sono portatori.

Mi raccontava un rifugiato che un giorno è entrato in una chiesa per pregare; alcune persone presenti lo hanno visto e, pensando di fare un atto di gentilezza e accoglienza nei suoi confronti, gli hanno detto: «La Caritas parrocchiale è aperta domani mattina!». E lui, con stupore e una certa tristezza, ha risposto: «Ero venuto solo per pregare un po’».

Il messaggio del Papa per la Giornata di quest’anno ha come titolo: “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”. Costruire insieme con loro e non soltanto “per” loro; costruire il futuro di tutti noi. Le vulnerabilità delle persone non sono totalizzanti; nessuno di noi accetta di essere definito solo per una parte, un settore della propria vita. I migranti vanno inclusi come protagonisti attivi nelle nostre parrocchie e comunità. Sogno il giorno in cui i gruppi di carità, catechesi, oratorio avranno tra i loro membri persone di varie nazionalità e varie lingue; in cui gli stranieri, i migranti diventeranno soggetti attivi, operando per far cogliere al meglio le differenze culturali, agenti di mediazione linguistica, sentendo come casa le nostre parrocchie e i nostri spazi ecclesiali.

Vogliamo accelerare il processo di integrazione? Vogliamo dare gambe di quotidianità alla verità liturgica celebrata che ci dice che l’unico popolo di Dio è formato dai popoli del mondo? Attingiamo dalla ricchezza della loro esperienza, perché abbiamo tanto da imparare per la nostra vita. Superiamo insieme la logica che pensa solo a fare qualcosa per loro. Ecco la grande sfida: abbandonare sempre di più il “per” e passare al “con” loro. Questa prassi, se diventa una prassi di tutti i membri della Chiesa, è l’azione profetica di cui ha bisogno il nostro tempo: tutti i popoli formano il popolo di Dio e tutti insieme siamo i costruttori del Regno di Dio in mezzo a noi! (*vescovo ausiliare)

26 settembre 2022