Minoranze cristiane: Acs, la centralità dell’educazione dei bambini

Tra i progetti sponsorizzati dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre ci sono quelli che sostengono le educatrici in Crimea, Libano e India

Tra i progetti sponsorizzati dalla fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre ci sono quelli che sostengono le educatrici in Crimea, Libano e India 

Nei territori in cui le popolazioni sono vittime di persecuzioni, conflitti e povertà, i bambini appartenenti alle minoranze religiose sono i più vulnerabili. I bambini cristiani vivono condizioni difficilissime in almeno 40 nazioni del mondo. Tra i progetti che sostiene la Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), quello in Crimea: il vescovo ausiliare di Odessa-Simferopol monsignor Jacek Pyl racconta che nella penisola «ci sono nove parrocchie, e la maggior parte dei bambini che frequentano il catechismo si trova nelle città di Sebastopoli, Evpatoria e Simferopol. La formazione alla fede cristiana dei bambini è affidata soprattutto alle religiose. Le famiglie apprezzano molto queste attività che fanno sentire i bambini parte della comunità cristiana, tanto più che a scuola i temi della fede sono praticamente inesistenti».

In  Libano suor Raghida Obeid, dell’Ordine delle Suore libanesi maronite, spiega che «le famiglie cristiane sono sempre meno e sentono forte il bisogno di formare alla fede i propri figli. Prima della guerra civile dal 1975 al 1990 i cristiani erano circa 100.000, oggi sono meno della metà; nei piccoli centri la loro presenza è passata dal 60 al 10%. Anche per questo le attività per i bambini sono al centro della vita delle parrocchie». In India, nello Stato dell’Orissa, ci sono sei diocesi e i cattolici appartengono alle caste più povere. Qui l’educazione, dice l’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar monsignor John Barwa, «è uno dei pilastri dell’operato della Chiesa, anche per lo sviluppo socio-economico e la legittimazione politica dei cristiani».

L’arcidiocesi ha fondato scuole e istituti dove studiano circa 16.000 bambini e adolescenti, mentre gli oltre 3.000 che vivono nelle aree rurali più remote sono ospitati nei convitti. «La maggior parte degli ex-alunni ha un lavoro adeguatamente retribuito e una buona reputazione sociale – afferma -, traguardi raggiunti anche grazie all’impegno profuso nel corso degli anni dai missionari».

 

24 marzo 2017