Si è spento a Roma nel giorno di Pasqua, il 12 aprile, il vescovo comboniano Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale. Aveva dedicato la sua vita di missionario e poi di vescovo al servizio delle comunità cristiane presenti nei Paesi arabi a maggioranza musulmana, dall’Egitto al Libano alla Siria. Malato di tumore, aveva quasi 76 anni. Padovano, comboniano dal 1968 e sacerdote dall’anno seguente, era stato inviato in Libano e in Siria nel 1970 a studiare l’arabo. Un ministero pastorale, il suo, sempre in movimento tra la penisola arabica e roma, tra studio, docenza e servizio. Già superiore provinciale dei Comboniani in Egitto, dal 1990 al 1997 aveva vissuto anche in Sudan, inaugurando, tra le altre cose, un istituto per la formazione dei professori di religione nelle scuole. Di nuovo a Roma dal 1997 al 2000, a partire da quell’anno ha diretto il  “Dar Comboni for Arabic Studies” al Cairo, Istituto dedito alla formazione degli operatori pastorali che vivono nei Paesi arabi.

Il 14 luglio 2005 Papa Benedetto XVI lo aveva nominato vicario apostolico del Kuwait, con il titolo episcopale della sede di Arna. Il 2 settembre 2005, nella cattedrale di Kuwait City dedicata alla Sacra Famiglia, Ballin era stato consacrato vescovo dal cardinale Crescenzio Sepe, a quel tempo Prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. Poi, il 31 maggio 2011, Papa Benedetto XVI lo aveva nominato primo vicario apostolico dell’Arabia settentrionale, affidandogli la guida delle comunità cattoliche presenti in Bahrain, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. «Negli ultimi quindici – ricordano dall’Agenzia Fides – anni il Vescovo Ballin aveva servito con realismo e perspicacia apostolica le tante comunità di battezzati cattolici – due milioni e mezzo, di cui un milione e mezzo in Arabia Saudita, priva di chiese – giunti nel suo Vicariato apostolico seguendo i flussi dell’immigrazione da lavoro e provenienti da decine di nazioni diverse, a cominciare da India e Filippine. Una cristianità multilingue e multicolore – la definiscono -, cresciuta in maniera gratuita, non organizzata, senza il concorso di alcuna strategia missionaria di evangelizzazione, sorta a partire da interessi vitali e concreti che spingevano e spingono milioni di persone a lasciare le proprie terre d’origine per cercare uno stipendio decente. L’effetto, imprevisto e non cercato, è che nella Penisola arabica non ci sono mai stati tanti cristiani come adesso».

Ballin aveva preso il passaporto bahrainita per poter viaggiare liberamente in tutti i territori del Vicariato. Quando si è sentito male, più di un mese fa, si trovava in Arabia Saudita, e da lì era stato portato a Roma. Nei suoi interventi pubblici, si legge ancora nella nota di Fides, «anche rispondendo a domande che puntavano a enfatizzare contrapposizioni tra cristianesimo e islam, il vescovo riconosceva che nei Paesi compresi nel Vicariato a lui affidato “non ci sono persecuzioni in corso”, riferiva di non aver mai cercato di convertire un islamico al cristianesimo, e ricordava che anche in quelle terre la missione consiste nell’imitare Gesù». L’intensità dello sguardo di fede con cui guardava alle vicende dei cristiani della Penisola arabica era affiorata anche nelle parole da lui affidate all’Agenzia Fides in occasione del martirio delle quattro suore Missionarie della Carità trucidate il 4 marzo 2016 in Yemen dal commando di terroristi che quel giorno avevano assaltato una casa di cura nella città di Aden, trucidando insieme alle religiose altre 12 persone. «Più la Chiesa è vicina a Gesù Cristo – aveva detto il vicario apostolico dell’Arabia settentrionale – più partecipa della sua passione».

15 aprile 2020