Nel monastero di Santa Susanna, in ascolto delle necessità del mondo

In tutto 11 suore. La priora suor Maria Roberta: «Il nostro carisma è la ricerca di Dio alla sequela di Cristo, seguendo il Vangelo secondo la regola di san Benedetto». Il contatto con l’esterno via mail o al telefono

Il monastero di Santa Susanna è in via XX Settembre, a Roma, vicino a piazza Esedra, uno snodo centrale della città. Ma entrati nel monastero sembra di essere altrove: regnano il silenzio, il verde, l’ordine e il sorriso delle monache. La badessa madre Maria Assunta Cappiotti e la priora suor Maria Roberta, che ne fa le veci, ricevono nel parlatoio, dietro la grata. Qual è la particolarità dell’ordine? Risponde la badessa: «La lode di Dio, la liturgia: abbiamo ore di preghiera dell’ufficio divino secondo le prescrizioni della regola Ora et labora. Preghiera, lavoro, Lectio divina sono le tre occupazioni monastiche. La vita cistercense si svolge in semplicità, povertà, solitudine e silenzio».

L’ordine cistercense è molto antico, è stato fondato nel 1098, mentre il monastero di Roma è nato nel 1586 e con una bolla del 7 ottobre 1587 Sisto V concesse i terreni annessi. Il nome delle religiose è monache di san Bernardo in Santa Susanna. È una vita monastica cenobita, cioè comunitaria. «Comporta la ricerca dell’amore vicendevole, fraterno che si raggiunge grazie alla carità, al servizio, alle rinunce per amalgamare caratteri, mentalità, culture diverse», precisa la priora suor Maria Roberta. «Il nostro carisma è la ricerca di Dio alla sequela di Cristo, seguendo il Vangelo secondo la regola di san Benedetto», aggiunge.

In tutto ci sono undici suore e provengono da vari luoghi d’Italia, una dal Libano e tre dalla Corea. Prima che la chiesa chiudesse per dei lavori, il contatto con l’esterno era durante la Messa, ora con l’email o il telefono. «Vengono qui a chiedere soprattutto preghiere e consiglio, un aiuto per i problemi in famiglia, una parola d’incoraggiamento», spiega suor Maria Roberta. «Sono tante le necessità. Arrivano molte richieste per gli ammalati. A volte ci dicono: “Io non riesco a perdonare mio fratello”. Rispondiamo che devono usare il Vangelo, non c’è altra via».

Questa chiesa e il convento sono uno dei tanti tesori di Roma. Oltre alla vita contemplativa le monache svolgono  delle attività. La badessa spiega: «Realizziamo gli Agnus Dei. Li abbiamo solo noi. Si tratta di cera fusa a cui il Papa aggiunge il sacro Crisma, il balsamo e l’acqua santa, impartisce benedizioni particolari ed esorcizza con preghiere speciali. Con degli stampi si imprime l’immagine dell’Agnus Dei, sono di varie dimensioni. Un tempo i monaci di Santa Croce in Gerusalemme li ricavavano dalla cera. Noi li rifiniamo con dei merletti preziosi come il chiacchierino o il filet. Oppure in modo più semplice: cuori di stoffa con dentro i ritagli della cera. Medaglioni da mettere nelle culle, in portafogli e borsette, con immagini della Madonna». Aggiunge la madre «Abbiamo l’ultima cera che era in Vaticano e quella che ci ha donato un confratello defunto. Questa cera salva davvero, soprattutto dagli incidenti, ma occorre la fede. Vengono anche dall’estero a prenderli. Tramite il passaparola di turisti e fedeli», spiega la priora. «Molti tornano a dare la testimonianza, quando si sono salvati», aggiunge. «A ottobre è venuto il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, a celebrare la Messa. È stata la sua prima visita da vicario generale. È rimasto molto edificato», ricorda la Priora. I ritmi, qui, sono scanditi dal canto: «Intoniamo la liturgia in canto gregoriano».

La campana suona cinque minuti prima, per consentire alle suore di raggiungere la splendida cappella lignea. Una spugna intrisa del sangue di santa Susanna è in una teca vicino a una statua della Vergine, dall’altro lato un Agnus Dei. Le suore sono schierate nel coro, suor Maria Caterina fa un passo in avanti e intona la liturgia. Lei proviene dal Libano. «È la nostra infermiera, tiene in perfetto ordine la farmacia», dice la priora. Suor Caterina porge il ricordino per i suoi 25 anni di professione monastica: li ha realizzati lei stessa al pc. «Mi mancava la laurea per diventare farmacista, la vocazione è stata più forte». Aggiunge la priora: «Le ho insegnato il chiacchierino ed è diventata più brava di me». Mi mostrano la biblioteca. Antichi libri, alcuni aperti. Merito di suor Caterina che ha catalogato tutto. Uscendo, il traffico fuori sembra ancora più stridente.

30 ottobre 2018