Netanyahu candida il presidente Usa al Nobel per la pace
Il premier israeliano alla Casa Bianca. Trump: «Hamas vuole un cessate il fuoco. Vogliono raggiungere una tregua». Secondo il primo ministro, Israele sta collaborando con gli Stati Uniti per trovare altri Paesi in cui i palestinesi sfollati possano vivere
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di aver candidato il presidente Usa Donald Trump al Premio Nobel per la pace. Durante una cena alla Casa Bianca, gli ha consegnato la lettera da lui inviato al Comitato per il Nobel. «Mentre parliamo – ha detto – sta forgiando la pace in un Paese, in una regione dopo l’altra». Dopo la fumata nera del primo round di negoziati a Doha, chiudere l’accordo sulla tregua a Gaza era proprio uno dei nodi del terzo incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dopo il ritorno del primo alla Casa Bianca. Gli altri: la possibilità di un «accordo permanente» con l’Iran e l’allargamento degli Accordi di Abramo, a partire dalla Siria.
Secondo il presidente americano, Hamas «vuole un cessate il fuoco» nella Striscia di Gaza: «Vogliono incontrarsi e vogliono raggiungere una tregua», ha detto ai giornalisti rispondendo alla domanda se gli scontri con i soldati israeliani avessero fatto fallire i colloqui in corso a Doha. Ancora, interrogato sul suo precedente piano di ricollocazione dei palestinesi, Trump ha girato la domanda al premier israeliano. Il presidente Usa, ha affermato Netanyahu, sostiene la «libera scelta» e Israele sta collaborando con gli Stati Uniti per trovare altri Paesi in cui i palestinesi sfollati possano vivere, ha riferito. Gaza, aveva detto parlando alla Casa Bianca prima della cena ufficiale, «non dovrebbe essere una prigione, ma un luogo aperto», quindi se i palestinesi vorranno andarsene, «dovrebbero poterlo fare».
Sul terreno intanto 5 soldati israeliani sono rimasti uccisi e altri 14 feriti ieri da un ordigno esplosivo a Beit Hanun, nel nord della Striscia di Gaza. Lo rendono noto le Forze di difesa israeliane (Idf), citate dai media dello Stato ebraico. Rese note al momento le generalità di solo due delle vittime, entrambe 20enni, che prestavano servizio nel battaglione Netzah Yehuda della brigata Kfir: sono i sergenti Meir Shimon Amar e Moshe Nissim Frech. I nomi degli altri soldati morti saranno comunicati in seguito, viene specificato. Secondo un’indagine preliminare dell’esercito israeliano, i militari di fanteria sono stati colpiti da una bomba piazzata sul ciglio di una strada poco dopo le 22 di ieri, 7 luglio, durante le operazioni di terra a Beit Hanun, mentre stavano operando a piedi. Secondo la stessa indagine, durante i tentativi di estrarre i feriti le forze israeliane sono state colpite dal fuoco nemico nella zona. Tra i 14 feriti, due sono in gravi condizioni.
Se è vero, comunque, che Israele ha respinto il sì condizionato di Hamas alla proposta di tregua Usa, è anche vero che ha accettato di continuare a negoziare a Doha con la mediazione di Egitto e Qatar. Il primo incontro è finito senza svolte, insomma, ma si continua a trattare. E uno dei nodi resta se la tregua possa diventare il preludio di una pace, con il ritiro delle forze israeliane da Gaza richiesto da Hamas. Ma non si intravede ancora un piano realistico per il futuro della Striscia. L’obiettivo finale di Israele a Gaza è che «non ci sia più Hamas», ha chiarito un alto funzionario israeliano a Washington, durante la visita di Netanyahu. «Hamas è stata smantellata. Ha deposto le armi. Il suo popolo si è arreso. I leader sono stati esiliati. Un’altra forza ha preso il controllo del territorio e impedisce l’uso delle armi», sono le sue parole, citate dal Times of Israel. «Ci deve essere un sistema che gestisca la vita quotidiana – prosegue -, forse per un certo periodo di tempo, saremo noi; non sono sicuro che se non saremo presenti per una certa fase, saremo in grado di passare la palla a qualcun altro».
Intanto il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato di aver dato istruzioni all’esercito e al suo ministero di presentare un piano per la creazione di una nuova «città umanitaria» nella Striscia di Gaza meridionale, sulle rovine di Rafah, riferisce sempre il Times of Israel. L’idea, secondo Katz, è quella di ospitare inizialmente circa 600mila palestinesi che vivono nella zona di Mawasi, sulla costa, da quando sono stati sfollati da altre zone della Striscia. Ai palestinesi non sarà permesso di lasciare la zona, ha anticipato, e tutti verranno sottoposti a screening per assicurarsi che tra loro non vi siano agenti di Hamas.
In agenda, per Trump e Netanyahu, anche l’Iran, con il primo che punta a un accordo con Teheran e il secondo che resta diffidente. Non solo: il presidente statunitense spinge anche sul fronte Damasco, sostenendo pienamente il nuovo regime – e rimuovendo sanzioni e designazione terroristica -, mentre Israele si è dimostrato estremamente cauto nel trattare con i nuovi leader. Nel frattempo, il governo libanese sembra avere un maggiore controllo sulla parte meridionale del Paese controllata da Hezbollah fino alla decapitazione della leadership da parte di Israele, aprendo la porta a potenziali legami meno tesi tra Gerusalemme, Beirut e Damasco.
8 luglio 2025

