Olivero: “Una Chiesa scalza”, patrimonio di un’umanità che cerca

Presentato a Roma il libro che racconta la storia del Sermig, dal 1983 nella sede dell’ex arsenale militare di Torino, divenuto “Arsenale della Pace”

Presentato a Roma il libro che racconta la storia del Sermig, dal 1983 nella sede dell’ex arsenale militare di Torino, divenuto “Arsenale della Pace”

“Una Chiesa scalza”. Il titolo del testo è la sintesi di una storia, quella di Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, Servizio missionario giovani di Torino, che mercoledì 22 aprile ha presentato il suo libro a Roma. Bancario in pensione, 70 anni, padre e nonno, Ernesto Olivero è un appassionato credente, con la Bibbia sempre a portata di mano. «Questo libro – spiega l’autore nella prefazione – nasce dal desiderio di uscire dal buio, perché la luce esiste. È il racconto della mia vita, di molti episodi che mi hanno segnato, ma mai spezzato, mi hanno fatto toccare il cielo con un dito, ma senza farmi perdere tra le nuvole. Che tu creda o no, che tu sia cristiano o di un’altra religione, sento che è possibile camminare insieme, perché una Chiesa scalza è sì patrimonio di Dio, ma anche di un’umanità che cerca». Il libro allora nasce proprio dall’esigenza di raccontare, «perché mi sono capitate cose che non mi aspettavo. La mia storia non è una storia straordinaria, è imitabile. Non bisogna avere moltissimi mezzi per mettersi al seguito di Dio, ce l’ha fatta anche Olivero, che si definisce uno «scarto, bravo solo in una cosa: nessuno come me sapeva essere rimandato e bocciato a scuola, su questo ero davvero un campione».

Il testo ripercorre la nascita del Sermig, che da un piccolo gruppo di amici diventa la Fraternità della speranza, composta da 100 persone tra giovani, coppie di sposi e famiglie, monaci e monache che si dedicano a tempo pieno al servizio dei poveri, alla formazione dei giovani, con il desiderio di vivere il Vangelo e di essere segno di speranza. Dal 2 agosto 1983 la loro sede è l’ex arsenale militare di Torino, ribattezzato Arsenale della Pace: una superficie di 45mila metri quadrati che migliaia di giovani, di donne e uomini, con il loro lavoro gratuito e i con contributi volontari, hanno trasformato in una casa di accoglienza per i poveri, offrendo rifugio per la notte, pasti, cure sanitarie, sostegno a persone che vogliono cambiare la loro vita. Non solo: l’Arsenale è anche una casa di formazione per i giovani.

Oggi il Sermig (che ha tre sedi, a Torino, a San Paolo del Brasile e a Madaba in Giordania) ha 143mila tra amici e sostenitori, 5.500 volontari. A raccontarne le attività, i numeri: sostegno a 77 missioni di pace in tutto il mondo; 7mila tonnellate di medicinali, alimenti, vestiti e attrezzature inviati; 64mila persone che hanno avuto cure mediche gratuite; 13.500.000 notti di ospitalità e 21.500.000 pasti distribuiti. Tutto inizia con semplicità: Ernesto ha 18 anni, crea un piccolo gruppo di amici. Si fidanza con Maria, lui lavora in banca, lei come segretaria. Pregano, amano la Chiesa, decidono di dare parte del loro stipendio ai poveri. Si sposano, avranno i tre figli che desideravano. È lei che lo spinge a creare quello che poi diventerà il Sermig: «Maria, è la vera protagonista. Nel nostro caso, c’è una donna eccezionale e io le vado un po’ dietro». Lui timido, riservato, terrorizzato nel parlare in pubblico, schivo si lascia condurre dal Signore: «Le cose di Dio devono avere il suo sapore. Noi volevamo essere nella Chiesa, non volevamo fare nulla di eclatante. L’ordinarietà e la quotidianità se la metti nella fede e nella preghiera continua fanno venire fuori delle cose straordinarie».

Il percorso del Sermig è stato travagliato, ha avuto anche momenti in cui sembrava che la Chiesa non approvasse il loro operato. «Quando ci hanno cacciato via i preti noi abbiamo deciso di fare silenzio. La Chiesa è Gesù e lui stesso ci ha chiesto di rimanere fermi. Quello è stato un momento veramente importante: avevamo sul piatto d’argento la possibilità di lamentarci ma là dentro Dio ci stava parlando. Lì potevamo entrare in una preghiera continua, sempre alla sua presenza». E l’obbedienza ha dato i suoi frutti. Nella Chiesa «non siamo concorrenti ma persone che possono insegnare le une alle altre delle cose buone. Se riuscissimo ad entrare in questa logica la Chiesa conoscerebbe una nuova primavera; se continua così in tante città chiuderà. Dio è vivo, non è morto, ma ha bisogno di noi, della nostra sincerità e debolezza».

24 aprile 2015