Orazio Borgianni, “Un genio inquieto nella Roma di Caravaggio”

A Palazzo Barberini fino al 1° novembre la mostra monografica dedicata all’artista del tardo Cinquecento e ai grandi pittori da lui influenzati, tra cui Carlo Saraceni, Giovanni Lanfranco con il “Tributo della moneta” e Simon Vouet

Piacevolmente sorpreso è il visitatore che nelle sale di Palazzo Barberini si accosta per la prima volta ai quadri di Orazio Borgianni (1574-1616), che presumibilmente non ha mai sentito nemmeno nominare: scopre un pittore dallo stile originale, che trae ispirazione da Caravaggio. Le stesse vicende biografiche che lo interessano contribuiscono a creare la classica figura dell’artista “maledetto”: pur non avendo lo stesso carattere rissoso di Caravaggio, questo artista elegante e ben vestito, dai vivaci occhi a mandorla e i capelli corvini, così come lui stesso si raffigura in un autoritratto, è stato un pittore fiorentino di talento, vissuto quasi sempre a Roma dopo un breve soggiorno in Sicilia e in Spagna, «pronto a prender briga con altri», fino a servirsi della spada. Giovanni Baglione, pittore e biografo, lo descrive come ribelle, carismatico e libero. Di difficile interpretazione è il significato dell’aggettivo “libero“ attribuito a un  pittore della Roma dell’epoca. Il termine  potrebbe alludere ad un’indole  forte e franca o a differenti scelte stilistiche di chi vive, nell’arte e  nella vita ,«padron di se stesso». Risale tuttavia al 1606 l’accusa che gli viene mossa di aver tentato di assassinare il Baglione, assoldando un sicario, su mandato di Caravaggio. Sconosciuto è il verdetto e inverosimile pare l’accusa, tenuto conto che già tre anni prima Baglione per le offese ricevute da Caravaggio, suo «inimico», e da Orazio Gentileschi, aveva citato entrambi in tribunale.

La parabola umana e artistica di Borgianni può essere letta attraverso i ritratti e autoritratti che negli anni disegnano sempre più, nelle rughe del viso e nelle bocche semiaperte, la depressione e le delusioni della vita, che ebbe fine a soli 42 anni forse per tubercolosi. Esemplari in tal senso i ritratti di Democrito ed Eraclito, eseguiti in primo piano, e caratterizzati rispettivamente dal pianto e dal riso, in cui s’intravede lo stesso Borgianni ben diverso dall’autoritratto giovanile. Da entrambi si evince una malinconica sofferenza fisica e mentale, anche per mancate affermazioni professionali prestigiose.

Nella prima sezione della mostra monografica che Palazzo Barberini gli dedica è apprezzabile la sua raffinatezza. Monografica che, per così dire, quasi si confonde, per simbiosi, con l’esposizione permanente, dal momento che il museo conserva due capolavori dell’artista, l’ Autoritratto e la Sacra Famiglia con San Giovannino, Santa Elisabetta e un angelo, insieme a uno dei più ricchi e importanti nuclei di dipinti caravaggeschi al mondo. Assenti le rappresentazioni delle taverne e dei bassifondi, di bari e cortigiane di Caravaggio, e più consone a committenze religiose le sue sacre rappresentazioni, i cui soggetti mai comunicano la sensazione di esser stati tratti dalla strada. Eppure nella Sacra Famiglia, ad esempio, particolari come la cesta dei panni in evidenza, lo scambio di una colomba tra due teneri bambini, un piccolo Gesù benedicente (forse colto nell’atto di battezzare) e un san Giovannino rappresentano una scena (drappo rosso come in un “palcoscenico” caravaggesco) che non può non commuovere. Così come attira lo sguardo la figura caravaggesca dell’angelo, la cui costola di un’ala si staglia bianchissima nel buio in cui è avvolta.

La peculiarità di Borgianni è quella di far coesistere registri espressivi cinquecenteschi, colori dal tratto caldo (vicini alle sue origini), e caravaggeschi. Si pensi al mirabile “Cristo tra i dottori”, con Gesù fanciullo che sembra scivolare verso il basso e incombere sullo spettatore, mentre attorno a lui  i dottori sono in febbrile eccitazione coi loro turbanti colorati. Recenti studi del “Compianto sul Cristo morto” di Daniela Brogi, riportati nel suo saggio in catalogo, osano accostare la fissità umana del soggetto, che rimanda all’iconografia di Mantegna, ai fotogrammi in bianco e nero della morte di Ettore (il figlio della Magnani) nel film “Mamma Roma”: Pasolini, che  ne curò la regia, fece stendere su un tavolaccio della sua cella il ragazzo col proposito di realizzare, come lui stesso ebbe a dire, «un’immagine emotivamente forte, che espone senza mezzi termini la devastazione compiuta dalla morte sull’indifesa umanità del Redentore».

La seconda parte della mostra è dedicata a quella schiera di grandi pittori influenzati da Borgianni, oggi artista sconosciuto. Fra questi Carlo Saraceni,  Giovanni Lanfranco con il “Tributo della moneta” e Simon Vouet.

“Orazio Borgianni. Un genio inquieto nella Roma di Caravaggio” c/o Roma, Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13. Curatore: Gianni Papi. Fino al 1° novembre 2020. Catalogo: Skira. Orari: giovedì/domenica 10 – 18. La biglietteria chiude alle 17. Giorni di chiusura: lunedì, martedì, mercoledì. Biglietto integrato Barberini Corsini: intero 12 € , ridotto 2 € (per i giovani dai 18 ai 25 anni). Attualmente la Galleria Corsini è chiusa per lavori. Contatti: tel. 06.4824184

9 ottobre 2020