Paolo Dall’Oglio, la denuncia dei fratelli: «Siamo in un limbo»

A 6 anni dal rapimento del gesuita romano, scomparso in Siria il 29 luglio 2013, l’incontro con la stampa. «Forte necessità di informazioni e giustizia»

Verità e trasparenza. Sono le richieste avanzate da Francesca, Immacolata e Giovanni Dall’Oglio, fratelli di padre Paolo, il gesuita romano fondatore del monastero siriano di Mar Musa, sequestrato in Siria il 29 luglio di sei anni fa. «Da parte delle istituzioni non abbiamo mai avuto informazioni certe. Manca la percezione che si sia davvero lavorato per Paolo. Non sappiamo se in questi anni sia stato fatto un lavoro di riscontro delle notizie. Abbiamo avuto rassicurazioni e solidarietà ma c’è bisogno di trasparenza che allontani da noi la sensazione che sia stato utilizzato per fini politici». Sono le parole di Francesca che per la prima volta questa mattina, 29 luglio, con altri due fratelli del sacerdote ha incontrato la stampa per tirare le somme su una vicenda sulla quale negli anni si sono susseguite tante notizie contrastanti. C’è chi afferma che sia stato ucciso subito dopo il rapimento, chi garantisce che sia ancora vivo e chi sostiene che si stia trattando per la sua liberazione. «Siamo in un limbo – ha detto Immacolata, che ha mostrato una delle ultime fotografie scattate al sacerdote durante una vacanza in Italia -. È viva in noi la speranza di riabbracciare Paolo, siamo malati di speranza: tutto può succedere ma quello che oggi è più forte è la necessità di informazioni e di giustizia».

Paolo è un cittadino italiano, ha rimarcato Francesca, spiegando che «in questi sei anni si sono susseguiti quattro governi. Da tutti solo espressioni di solidarietà. Dal giugno 2014 era giunta in Italia la valigia di Paolo, ne siamo tornati in possesso solo nel 2018». Ha ripercorso “il cammino della valigia”, un episodio specifico che in Francesca «ha interrotto il rapporto di fiducia nei confronti di chi si occupava di Paolo». Ha ricordato che fu un giornale straniero il primo a parlare, nel 2017, del bagaglio che si trovava nel consolato italiano in Turchia. «Dopo varie ricerche abbiamo scoperto che era stata consegnata ai servizi italiani e che era finita in un sotterraneo – ha dichiarato -. Conteneva vecchi telefonini con schede scadute dalle quali non abbiamo potuto recuperare nulla, un portafoglio e uno zucchetto, oggetti che troverà a casa quando tornerà». Quindi ha ricordato gli incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i due con Papa Francesco, che il 27 luglio 2015 ha lanciato un appello per il gesuita romano e per le altre persone nelle mani dei sequestratori, durante la preghiera dell’Angelus.

L’incontro di questa mattina, 29 luglio, nella sede della Sala Stampa Estera, si è tenuto a pochi giorni dalla notizia giunta dagli Stati Uniti dove il ministero della Giustizia ha offerto una ricompensa pari a 5 milioni di dollari a chiunque sia in grado di fornire informazioni sui cinque religiosi cristiani, tra i quali padre Paolo, rapiti dal Daesh in Siria tra febbraio e luglio 2013. Si tratta del prete greco-ortodosso Maher Mahfouz, dell’arcivescovo siriano-ortodosso Gregorios Ibrahim, dell’arcivescovo greco-ortodosso Boulos Yazigi e di Michael Kayyal, un prete cattolico armeno. Per Francesca questa ricompensa «è il segnale che qualcosa si muove».

Alla conferenza hanno partecipato, tra gli altri, rappresentanti della Federazione nazionale della Stampa italiana, l’Usigrai, Amnesty International Italia e l’associazione Giornalisti amici di padre Dall’Oglio. L’incontro, ha spiegato Francesca, mira a tenere alta l’attenzione sul missionario e sulla situazione in Siria. «Quella parte del mondo è entrata nella nostra vita – ha affermato -. È quasi una grazia perché attraverso Paolo viviamo la sofferenza e la tragedia di questo Paese, di questo popolo. È un modo di sentire questa guerra sulla nostra pelle». Il 22 luglio scorso, a pochi giorni dal sesto anniversario del sequestro del gesuita, anche Papa Bergoglio ha riportato l’attenzione del mondo sulla guerra in Siria esprimendo la sua «profonda preoccupazione per la situazione umanitaria» in una lettera consegnata al presidente siriano Bashar Hafez al-Assad. Padre Dall’Oglio «era innamorato della Siria – ha ricordato Giovanni -. Si è speso tanto per quel Paese per il quale ha dato tutto. Speriamo sempre che possa ritornare a casa».

Nel corso della conferenza è stata ricordata anche Silvia Romano, la 23enne volontaria italiana rapita in Kenya nella notte tra il 20 e il 21 novembre 2018, «esempio della gioventù italiana di oggi».

29 luglio 2019