«Questa casa è la mia scuola di coraggio». Le donne (sotto sfratto) di Lucha y Siesta

Attualmente le ospiti sono 13, 6 i bambini. La proprietà dell’immobile è di Atac, che ha deciso di mettere in vendita la struttura. Viaggio nella casa rifugio che aiuta le donne in difficoltà, in «un percorso di fuoriuscita dalla violenza»

«Questo luogo è il mio polmone d’acciaio, la mia scuola di coraggio». Lucica, 65 anni, originaria della Romania, stringe a sé il maglione quando racconta la storia di abusi e minacce che l’ha portata, dopo tanti rifiuti, nella casa rifugio “Lucha y Siesta”, nella zona est della Capitale. Come per lei, qui da 11 anni la porta di via Lucio Sestio 10 è aperta alle donne in difficoltà, che hanno bisogno di ricostruire una vita spezzata da un passato di violenza. In tutto dal 2008 a oggi sono 1.200 quelle che hanno chiesto aiuto alla struttura, 140 quelle ospitate, alcune anche con i figli minori (60 quelli passati da qui). Attualmente le ospiti sono 13 e 6 i bambini ma il progetto è a rischio: la proprietà dell’immobile è di Atac, che per sanare i conti in rosso ha deciso di venderla. Entro pochi mesi potrebbe diventare operativo il provvedimento di sfratto. Ma le donne sono decise a rimanere in questo luogo simbolo del contrasto alla violenza di genere.

Le donne di Lucha. «Dove andiamo? Sotto i ponti? Io non ho un altro posto dove stare, ho girato tanti centri ma solo qui ho trovato una famiglia», sbotta Lucica. Racconta che nel 2004 a spingerla a venire in Italia fu la speranza di un lavoro. «Sono un’agronoma, dopo la laurea avevo iniziato anche un dottorato. Pensavo che venendo qui avrei potuto vivere meglio, mi sono fidata di un uomo che, invece, una volta in Italia mi ha detto che dovevo sposare una persona anziana – racconta -. Mi sono rifiutata e sono stata abusata. Da qui è iniziato il mio calvario. Ho denunciato due uomini potenti in Puglia, uno era il presidente di una onlus. Non sono stata creduta, anzi mi hanno minacciata e cacciata da tutte le strutture. È stato tremendo, non sapevo  dove andare: una notte mi sono ritrovata in strada, da sola, sotto la pioggia a vagare senza meta». Tredici centri di accoglienza, un passaggio di struttura in struttura fino all’arrivo a Roma, dove un’amica rumena, incontrata all’ospedale San Gallicano, le parla di un posto al Quadraro che aiuta le donne in difficoltà. «Mi sono presentata qui e ho chiesto una mano e per la prima volta mi sono sentita accolta – aggiunge -. Qui ho imparato che le donne hanno anche dei diritti, queste persone oggi mi sono più vicine della mia famiglia. Sono tutto: le operatrici che mi hanno aiutato, le altre donne che vivono con me sono le mie sorelle». Mentre il sole tramonta le mamme con i bambini piccoli lasciano il cortile con i giochi e tornano nelle loro stanze, per poi iniziare a cucinare nello spazio comune. «Sono venuta qui quando lui aveva appena un anno – racconta una ragazza ucraina che vive qui insieme al figlio di 5 anni -. Se non fosse per questa struttura non saprei dove stare, non ho parenti in Italia, solo un’amica che però ha già una sua famiglia e non può tenerci con sé». L’anziana madre e il resto della famiglia è in Ucraina, lei ora ha trovato un lavoro in una cooperativa che offre servizi di pulizia. «Ma i soldi non bastano per un affitto – spiega -. Sto cercando di trovare un posto dove stare con mio figlio ma non è facile, specialmente se sei una mamma sola lavoratrice».

Qui non ci sono “vittime”.  Nella casa si vive in autogestione, tutte le decisioni sulle attività e gli spazi comuni vengono prese insieme, in un’assemblea a cui partecipano anche le operatrici e le attiviste. «Le donne che vivono qui stanno costruendo un percorso di fuoriuscita dalla violenza, cercano cioè di costruire una propria autonomia – spiega Chiara Franceschini, operatrice del centro antiviolenza e parte del collettivo -. Sono loro che plasmano questa casa: siamo fuori dall’ottica assistenzialista che vede le donne come vittime di violenza, noi non utilizziamo proprio questo termine, preferiamo parlare di autodeterminazione e percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Riteniamo che il fenomeno della violenza oggi sia sistemico, per questo per una donna riappropriarsi della propria vita è un atto fortissimo di autodeterminazione, ci vuole molta forza e molto coraggio». Rispetto ad altre case rifugio qui non è vincolante la scadenza di 6 mesi: «Ogni donna rimane il tempo necessario al suo percorso di autonomia – aggiunge -. Le persone arrivano tramite il passaparola, oppure attraverso l’invio dei servizi sociali o delle forze dell’ordine o, anche, dei centri antiviolenza. Molte volte ci è successo che le persone si presentassero qui direttamente bussando alla porta, per chiedere aiuto per se stesse o per qualcuno che volevano aiutare. Ovviamente poi per ogni persona va costruito un percorso, il tutto in una prospettiva femminista che tiene insieme la pratica del contrasto alla violenza con attività di tipo culturale». Nella struttura si svolgono diverse rassegne: il cineforum gratuito durante l’estate, con titoli scelti e ragionati. C’è poi un festival dei giochi all’aperto “Aria”, pensato per i bambini; le rassegne “Ritratti di donne che hanno fatto la storia” e “Fuoriluogo”, che indaga il rapporto tra fantascienza e femminismo. Ci sono poi diversi corsi e una sartoria sociale che nasce all’interno di un percorso di fuoriuscita dalla violenza di una donna ospitata. «Oggi la violenza sulle donne è anche di tipo economico. La sartoria ora è gestita da una donna di 41 anni, che è stata licenziata dopo aver detto ai datori di lavoro di essere incinta – spiega Chiara -. Non vive qui ma grazie a questo progetto ha potuto ricominciare facendo ciò per cui lei si è formata».

Il rischio sfratto. Il progetto rischia la chiusura perché l’immobile è in vendita. «Non è solo un danno per le donne e i bambini che ci vivono ora ma è un danno per la città tutta: questa casa oltre a essere una casa rifugio, è un centro antiviolenza e una casa di semiautonomia. E Roma non ha molte strutture come questa – aggiunge Franceschini -. Negli anni abbiamo sempre cercato di regolarizzare la situazione, abbiamo interloquito con tutte le amministrazioni, di diverso colore politico, ma niente. Questo spazio è sempre stato un vuoto a perdere, quando siamo entrate lo spazio era completamente diroccato: abbiamo fatto diversi lavori di ristrutturazione. Di fatto, con tutte le migliorie e con l’opera di riqualificazione ce lo siamo ampiamente ricomprato perché lo abbiamo valorizzato -sottolinea -. Abbiamo chiesto che ci fosse assegnato ma nessuna amministrazione, pur riconoscendo il valore di quanto fatto qui dentro, si è prodigata per risolvere la questione. Tanto meno la giunta Raggi». La situazione è precipitata quando la giunta ha deciso il concordato preventivo con Atac per evitare fallimento: nel piano di rientro, dunque, è finita anche la struttura che è uno dei beni di proprietà. «Da allora la situazione è peggiorata: nessuno del Comune ci ha dato mai delle risposte chiare prima che il concordato venisse accettato dal Tribunale. Ora abbiamo i giorni contati: verrà nominato entro aprile il curatore. Abbiamo davanti poco tempo, il bene è in vendita e Atac ha bisogno di fare cassa», conclude Franceschini. Oggi è in programma l’assemblea pubblica per decidere che tipo di mobilitazione mettere in campo: «All’ordine del giorno cercheremo di capire insieme i prossimi passi da fare. Noi siamo determinate a rimanere ma vorremmo anche interloquire con l’amministrazione di questa città, che non ci dà nessuna risposta». (Eleonora Camilli)

20 febbraio 2019