Rom, il Vicariato promuove una consulta delle associazioni
Il cardinale Vallini ha esortato le varie realtà di sostegno che lavorano nella Capitale a confrontarsi periodicamente, guidate dall’ufficio Migrantes
Il cardinale Vallini ha esortato le varie realtà di sostegno che lavorano nella Capitale a riunirsi e confrontarsi periodicamente, guidate dall’ufficio Migrantes
C’è chi ha aperto le porte della propria cooperativa alle persone di etnia rom, ma anche chi ha spalancato quelle della propria famiglia. Qualcuno si reca all’interno dei campi per portare cibo e vestiti, qualcun altro si rende disponibile a fornire assistenza sanitaria o scolastica. Sono un centinaio le persone che a Roma si occupano dei bisogni dei rom, parallelamente alla Comunità di Sant’Egidio. Alcune fanno parte di gruppi parrocchiali, altre no. Ma sono accomunate da stessi propositi: assisterli e fare conoscere loro il volto di Cristo. Il Vicariato ha così organizzato una serie di incontri al Seminario Maggiore per riunire chi conduce questa missione, l’ultimo è stato presieduto dal cardinale vicario Agostino Vallini, che ha esortato i partecipanti a realizzare una consulta in cui le varie realtà possano confrontarsi.
L’obiettivo è dunque quello di organizzare una rete di persone che si occupi in maniera efficace del sostegno ai rom, sotto il coordinamento dall’ufficio Migrantes. «Vogliamo mettere insieme un mondo variegato di volontari che in maniera silenziosa svolgono questo servizio – spiega monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio diocesano della pastorale delle migrazioni -. Aiutando chi vive nei campi rom si scopre quanto sia bello l’incontro con persone di cui a volte abbiamo paura».
Dal Camping River, sulla via Tiberina, al campo di via Candoni, alla Magliana, passando per quello di via Salviati, a Tor Sapienza: sono una decina i campi rom in cui si recano i volontari, ex scout, membri di gruppi parrocchiali, catechisti o semplici fedeli. Giancarlo Carbone, assieme alla moglie e ai due figli visita la domenica il centro di accoglienza sulla Salaria. La loro attenzione è rivolta ai più piccoli: «Parliamo con loro di Gesù attraverso immagini, colori e disegni – racconta -. Spesso li portiamo in parrocchia, a Sant’Innocenzo, dove organizziamo attività e momenti ricreativi. Offriamo loro una merenda, giochiamo assieme a calcio o a biliardino. Adesso sono amici dei nostri figli».
Giancarlo Gamba, invece, è uno dei fondatori della cooperativa sociale “La prora” alla Magliana, che oggi dà lavoro saltuariamente a una decina di rom accampati lungo il Tevere. «Con la parrocchia di San Gregorio Magno – spiega – abbiamo fatto un fondo di solidarietà per pagarli in cambio di servizi. In particolare, si occupano della pulizia di spazi comuni alla Magliana. Ormai con loro abbiamo stretto un rapporto di amicizia e fiducia. È il senso della nostra missione poterli aiutare».
A seguire con attenzione le difficoltà di chi vive nei campi rom è anche monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare del settore sud di Roma: «Sono realtà ghettizzate, incentivate in città dall’anomalia dell’autorizzazione a questi insediamenti, che ospitano circa 1500 famiglie – spiega -. Questo comporta, però, che persone con gli stessi problemi economici, culturali o sanitari, stando assieme, amplifichino le loro difficoltà. Alcune famiglie chiedono di uscire dai campi, ma manca l’accoglienza della città e forme di accompagnamento. L’amministrazione invece di stanziare sei milioni per gestire e sorvegliare questi campi dovrebbe realizzare un censimento delle famiglie che li popolano e attivare per loro servizi di assistenza e sostegno in modo da iniziare percorsi di integrazione. La sfida più grande è trovare per loro un lavoro e una casa». (Filippo Passantino)
6 maggio 2016

