Rushdie: quando la letteratura ripara il danno

“Coltello”, narrazione autobiografica del tentato omicidio subito dallo scrittore indiano naturalizzato inglese, è il racconto della sua progressiva ricostruzione fisica e morale

Coltello di Salman Rushdie (Mondadori, traduzione di Gianni Pannofino) è un libro in molti sensi speciale: non un romanzo, bensì la narrazione autobiografica del tentato omicidio subìto dallo scrittore indiano naturalizzato inglese il 12 agosto 2022, durante una conferenza a Chautauqua (Stato di New York), da parte di un uomo deciso a eseguire la sentenza di morte emessa nel 1989 dall’ayatollah Khomeini nei confronti dell’autore dei Versi satanici, considerato offensivo della religione islamica. L’evento criminoso viene presentato sin dalla prima pagina: «Riesco ancora a riprodurre nella mia mente quella scena al rallentatore. I miei occhi seguono l’uomo che, sbucando in mezzo al pubblico, corre nella mia direzione; ricordo ogni passo della sua corsa a testa bassa. Mi rivedo alzarmi in piedi e girarmi dalla sua parte. (Sempre rivolto verso di lui, non gli ho mai dato le spalle. Non ho ferite alla schiena.) Sollevo la mano sinistra per difendermi. Lui ci affonda il coltello. Dopodiché ricevo molti altri colpi, al collo, al petto, a un occhio, dappertutto. Sento le gambe che cedono, e cado».

Le pugnalate saranno quindici ma Rushdie, pur perdendo un occhio e l’uso parziale della mano sinistra, riuscirà a sopravvivere. Il testo è il racconto, ammirevole dal punto di vista esistenziale e stilisticamente straordinario, della sua progressiva ricostruzione fisica e morale. Restano nella memoria le sezioni dedicate ai soggiorni ospedalieri, ma a rifulgere è la storia d’amore con Eliza, compagna appassionata capace di infondere allo sventurato protagonista l’energia e il coraggio necessari per contrapporsi al dolore provocato dall’insana violenza. Del resto, sin dal momento dell’attacco, alcune persone presenti alla conferenza non esitarono a gettarsi sul palco, a proprio rischio e pericolo, per difendere la vittima. Al punto tale che è difficile non convenire con Rushdie quando scrive: «In quella mattinata a Chautauqua ho fatto esperienza sia del peggio sia del meglio della natura umana, quasi simultaneamente».

In un capitolo molto suggestivo lo scrittore inventa un dialogo immaginario con l’aggressore nel tentativo di comprendere le sue motivazioni. Alla fine ce ne consegna, seppure in controluce, almeno un paio: il viaggio in Libano, dove potrebbe essersi radicalizzato e l’iman Yutubi, simbolicamente rappresentativo delle nefaste conseguenze che nelle personalità meno compiute può oggi avere la dimensione digitale.

Coltello è la dimostrazione di come la letteratura, lavorando sul linguaggio, possa contribuire a riparare il danno, specie quando detta a Rushdie il sentimento che nutre verso chi avrebbe voluto ucciderlo: «Non ti perdono. Ma nemmeno ti odio. Sei semplicemente irrilevante per me. E d’ora in poi, per il resto dei tuoi giorni, sarai irrilevante anche per tutti gli altri. Sono felice di avere la mia vita e non la tua. La mia vita continua».

22 gennaio 2025