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  • Russia-Ucraina: mediare e tenere aperti i canali del dialogo

Russia-Ucraina: mediare e tenere aperti i canali del dialogo

Lasciare che il tavolo sia a due non è una soluzione, in attesa che Kiev capitoli. Per il secondo incontro, occorre arrestare la precipitazione meccanica degli eventi

di Agenzia Sir pubblicato il 2 Marzo 2022
(foto: Imagoeconomica)
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Secondo Thomas Schelling, caposcuola del “realismo strategico”, il segreto efficiente della negoziazione in un clima di sfiducia e ostilità è intimidire ed estorcere, senza però costringere l’avversario in un vicolo cieco che stimoli reazioni imponderabili. Ora che il tentativo negoziale a Gomel è fallito, occorre fare i conti con simile avvertenza. Serve chiedersi quanto giovino le fughe in avanti (come l’integrazione di Kiev nella Ue) e incrementi di ostilità che, indipendentemente dalla loro efficacia, espongono a punti di rottura sinora evitati: esclusa la no fly zone, cosa accadrebbe se un convoglio di armi destinato alle forze ucraine venisse colpito dal fuoco di interdizione? Sul piano della comunicazione, promettere il collasso dell’economia russa, prefigurare defezioni nell’apparato di regime e insurrezioni di piazza, preconizzando la caduta del regime stesso, rischia di trasformare anche uno scacchista in un leone accerchiato disposto a giocarsi il tutto per tutto.

Se amaro è il compiacimento per un’Europa che ritrova una tetragona coesione (propiziata da una guerra altrove combattuta e patita), una perplessità merita l’insistito monito a non replicare l’appeasement che favorì Hitler, nella misura in cui l’esasperazione del tabù suggerisce preclusioni incondizionate. Nemmeno utile frequentare il topos della follia tirannica, alla base di schermature cognitive che comprimono la creatività diplomatica: con il folle non si ragiona. Rebus sic stantibus, l’Occidente si chieda su quali attese stia fattivamente investendo: la vietnamizzazione dell’Ucraina, al presente, appare improbabile.

Ma, mentre l’occasione perduta dopo l’Accordo di Pratica di Mare del 2002 è un ricordo sbiadito, è notizia di poche ore fa (fonte il Consiglio per la Sicurezza ucraino) il tentativo dei kadyroviti ceceni di uccidere Zelensky, sventato grazie all’informazione del Fsb russo. Se aggiungiamo l’invito di Putin ai militari ucraini di insediare un nuovo esecutivo e se interpretiamo l’assedio a Kiev non (o almeno non soltanto) come la difficoltà di spezzarne la resistenza (escludendo un’ecatombe inaccettabile per l’opinione pubblica russa, stanti le premesse dell’intervento), ricaviamo un margine negoziale di fondo: quello sinora ammesso dall’indisponibilità a trovarsi tra le mani un’Ucraina conquistata e acefala, senza un governo nazionale con cui trattare.

Eppure, lasciare che il tavolo sia a due non è una soluzione, in attesa che Kiev, sotto pressione, capitoli. Gomel ha ospitato un (pre)-negoziato ineffettuale, comunque un segnale. Il nodo sta nella carenza di mediatori. Trattandosi di una guerra – per interposto Paese – all’Occidente, oggi è escluso che esso (parte in causa) assuma tale ruolo. Per l’auspicato secondo incontro, occorre ciò che nella Teoria delle catastrofi è la “tasca” capace di arrestare la precipitazione meccanica degli eventi. E che garantisca, per quanto interessata, una mediazione ad rem, non “direttiva” né in conto terzi. Potrebbe trattarsi della Cina: sebbene conti di essere ora lo sbocco vitale della Russia, con la sua “dottrina di armonica convivenza” mal si dispone alle turbolenze scatenate dal partner, che frenano la ripresa dei mercati funzionali ai suoi primati. L’analogia tra Mosca-Donbass-Kiev e i rapporti di Pechino con Taiwan, tibetani e uiguri non è così lineare da compromettere la disponibilità all’ingaggio. Piuttosto, data la scelta di campo occidentalista, sarebbe l’Ucraina a trovarsi in imbarazzo. Ma è pur vero che, a mali estremi, si può derogare alle idiosincrasie altrui.

Meno influente, ma più prossima a entrambi gli attori è la Turchia – anche se l’una non esclude l’altra -. Eppure, la chiusura di Bosforo e Dardanelli alle navi da guerra è significativa. D’altra parte, gli attriti sull’area transcaucasica vedono Mosca e Ankara remare in direzioni opposte nell’annoso conflitto in Nagorno-Karabakh tra armeni e azeri. Ma dopo il fallito golpe del 2016 la Turchia si è rodata come Paese Nato “anfibio”, in convergenze tattiche con Russia e Cina. Di chiunque si tratti, servirà raccogliere l’abilitazione dagli Usa. Se si provasse con Pechino, ciò richiederebbe il coraggio di accreditare l’intervento di un concorrente primario nel raggio d’azione occidentale. Chiusi gli stretti, Erdogan ha spiegato la non adesione alle sanzioni con la necessità di tenere aperti i canali del dialogo. Sembra un’autocandidatura: «Se tutti abbattono i ponti, chi parla con la Russia?», ha chiesto. Più voci se lo domandino presto, mentre in Ucraina si muore. (Giuseppe Casale)

2 marzo 2022

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