Sako: in Medio Oriente scenari «inquietanti e impressionanti»
Il messaggio del patriarca caldeo di Baghdad al termine dei 3 giorni di digiuno e preghiera per la pace e per l’Iraq. «Le parole del presidente degli Stati Uniti dovrebbero essere prese sul serio»
Alla fine dei tre giorni di digiuno e preghiera per la pace e per l’Iraq indetti dal Patriarcato caldeo di Baghdad, dal 26 al 28 gennaio, il patriarca Louis Raphael Sako affida a un messaggio la sua preoccupazione per le riforme del Paese, anche alla luce delle complessità interne, degli intrecci regionali e internazionali e degli «interventi esterni» in corso nel Paese. Dal cardinale quindi l’invito alla politica irachena è ad affrontare «le questioni calde con saggezza, volontà e diplomazia intelligente, e non con emotività». Davanti al sistema unipolare attuale, guidato dagli Usa, spiega, «in cui il presidente Trump prende decisioni e si muove per riorganizzare il nuovo Medio Oriente, e forse il nuovo mondo, attraverso la diplomazia o la forza militare, non possiamo non rammaricarci del fatto che la nostra società orientale manchi di una profonda consapevolezza degli attuali sviluppi geopolitici, di un’analisi attenta di ciò che sta accadendo e di un atteggiamento razionale e responsabile».
Il cardinale parla di scenari «inquietanti e impressionanti. Le parole del presidente degli Stati Uniti dovrebbero essere prese sul serio – avverte – e il dialogo con lui dovrebbe iniziare con razionalità da parte della maggior parte dei Paesi, compresa l’Unione europea». E sul fronte interno denuncia «una feroce battaglia per il potere per il denaro e non per il Paese e il cittadino è esausto. L’Iraq – ammonisce – deve inaugurare una nuova fase di trasformazione, con un governo forte, competente e noto per il suo patriottismo e integrità, per affrontare le sfide e fornire servizi, e per lavorare per una stabilità duratura». Il Paese, rimarca, «possiede capacità amministrative, culturali e nazionali che non sono inferiori ad altre».
La preoccupazione del patriarca è anche per l’instabilità regionale dovuta anche all’Iran che sostiene gruppi e fazioni all’interno dell’Iraq e che potrebbe, a causa «proliferazione di armi» e «scatenare un caos nella sicurezza e provocare guerre interne, se questi gruppi perdessero la loro fonte di finanziamento e la loro guida esterna». A rischio pure per la fragile economia irachena, «che dipende per oltre il 90% dai ricavi petroliferi, e che potrebbe affrontare ulteriori shock, man mano che la valuta irachena si svaluta e i prezzi aumentano».
Sako non ha dubbi: «L’unità del Paese potrebbe essere ulteriormente minacciata dalla debolezza delle istituzioni governative e dalla diffusione della corruzione. Le infrastrutture fatiscenti e il debito estero limiteranno la capacità del governo di rispondere rapidamente. Il ritorno di organizzazioni estremiste e l’escalation delle divisioni settarie potrebbero fare il resto. È urgente – conclude – che i saggi e le autorità religiose, in particolare quella sciita di Najaf, che è stata una valvola di sicurezza in molte crisi, guidino chi detiene il potere per evitare ulteriori sofferenze all’Iraq».
29 gennaio 2026

