Salute, cala l’aspettativa di vita degli italiani

I dati sono stati resi noti dal rapporto dell’Università Cattolica di Roma. Diminuiscono sigarette e alcol, aumentano gli antidepressivi

I dati sono stati resi noti dal rapporto dell’Università Cattolica di Roma. Diminuiscono sigarette e alcol, aumentano gli antidepressivi 

Pratica più sport rispetto al 2013, fuma di meno e tuttavia la sua speranza di vita ha subito una battuta d’arresto, passando nel 2015 a 80,1 anni per gli uomini (era 80,3 nel 2014) e a 84,7 anni per le donne (era 85). È l’immagine dell’italiano medio, raccontata nel 13mo Rapporto Osservasalute pubblicato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, che ha sede all’Università Cattolica di Roma.

A fronte di un calo del numero di fumatori
e di consumo di sigarette e di alcol, si registrano comportamenti rischiosi per la salute. Nella disamina degli stili di vita emerge ad esempio, nel periodo 2005-2014, un aumento nel ricorso agli antidepressivi, con la Toscana in testa (nel Lazio +26,9%) e un minor consumo giornaliero di verdura, ortaggi e frutta: si è passati dal 5,3% al 4,9% della popolazione che si attiene infatti al consiglio delle 5 porzioni quotidiane.

Sempre più grassi, nel 2014 sono aumentati anche gli italiani in sovrappeso e, soprattutto, gli obesi (dall’8,5% al 10,2%) ma non nel Lazio dove si registra invece un calo. Dato curioso: se i genitori hanno un elevato grado di istruzione, difficilmente i figli eccedono nel peso. Elevata è la variabilità regionale, con percentuali tendenzialmente più basse nel Nord e più alte al Sud: tant’è che se a Bolzano gli obesi sono il 4% e nel Lazio l’8,3%, in Campania arrivano ad essere addirittura il 19,2% della popolazione.

Per ciò che attiene alla prevenzione,
in alcune regioni si fa minor attività fisica. Così nel Lazio, in cui la prevalenza di chi non pratica sport è pari al 42,4% (valore nazionale 39,9%). Ugualmente scarsa è l’attenzione alle vaccinazioni a livello nazionale. Se nel 2013, per quelle obbligatorie (tetano, poliomielite, difterite ed epatite B) si registrava il raggiungimento dell’obiettivo minimo stabilito nel Piano nazionale prevenzione vaccinale (Pnpv), che è pari ad almeno il 95% di copertura entro i 2 anni di età, nel periodo 2013-2014 si registrano valori inferiori.

Lo stesso andamento in diminuzione
si evidenzia per le coperture di alcune vaccinazioni raccomandate, quali anti-Hib e pertosse. Forse condizionati da alcune tristi notizie di cronaca – sebbene rivelatesi successivamente prive di un fondamento scientifico – è calato anche il ricorso al vaccino antinfluenzale tra gli anziani, non raggiungendo i valori considerati minimi (75%) e ottimali (95%) dal Pnpv. In aumento, invece, nel Lazio: +85,4% dalla stagione 1999-2000 alla stagione 2014-2015 (valore nazionale +19,4%).

Coordinato da Walter Ricciardi,
presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e Direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, e da Alessandro Solipaca, segretario scientifico dell’Osservatorio, il rapporto – presentato al Policlinico Gemelli di Roma martedì 26 aprile – è frutto del lavoro di 180 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano. Riguardo alle risorse destinate alla prevenzione, Ricciardi lamenta «numerosi elementi di criticità» che «confermano il trend in diminuzione delle risorse pubbliche a disposizione per la sanità, l’aumento dell’incidenza di alcune patologie tumorali prevenibili». I dati raccontano chiaramente il disagio: la spesa sanitaria pubblica è passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014 con una quota pari solo al 4,1% del totale destinata all’attività di prevenzione. Diminuiscono, facendo registrare valori inferiori agli standard normativi, anche i posti letto negli ospedali.

Due dati destano inoltre preoccupazione: quello dei suicidi, che resta un fenomeno maschile in età avanzata (soprattutto in Sardegna e al Nord, fatta eccezione per la Liguria), e quello della mortalità, con 54mila decessi in più nel 2015. Un incremento, in quest’ultimo caso, dovuto a due fattori. Il primo è il costante aumento dell’età: oltre un italiano su 5 supera infatti i 65 anni. Quelli che hanno tra i 75 e gli 84 anni sono 4,7 milioni (7,8% della popolazione) e addirittura i “grandi vecchi” sono 1 milione e 900 mila (3,2% del totale). Il secondo fattore, spiega Solipaca, è invece legato «all’andamento ciclico della mortalità osservabile nei dati in serie storica».

Come a dire, volendo rasserenare gli animi, che «tale incremento non deve destare particolare allarmismo, poiché è legato per lo più a fenomeni di natura demografica» e tuttavia «merita attenzione da parte del Servizio Sanitario Nazionale il fatto che alcuni decessi sono riconducibili all’ondata di calore sperimentata nell’estate 2015 e alla mortalità per complicanze dell’influenza nella popolazione anziana». Altrimenti detto, «si tratta di morti evitabili con efficaci politiche di prevenzione».

26 aprile 2016