Saper «leggere la complessità», dal terrorismo alle guerre dimenticate

In Vicariato l’incontro organizzato dal Centro per la cooperazione missionaria. Padre Albanese, direttore della rivista “Popoli e Missione”: «La stampa occidentale non semplifichi gli scenari»

La Francia e la Nigeria, il fondamentalismo islamico e le guerre combattute in nome di Dio, gli indifesi che soccombono nei viaggi della speranza, naufragando nella disperazione delle acque del Mediterraneo. Scenari diversi ma uniti dal sangue degli innocenti, come quello versato a Parigi e a Baqa, in Nigeria. Sangue che rievoca i «pezzi» di quella «terza guerra mondiale» descritta da Papa Francesco sull’aereo che, lo scorso agosto, da Seul lo riportava a Roma. Da quelle parole, e dai recenti fatti di cronaca, è partito il dibattito organizzato dal Centro diocesano per la cooperazione missionaria tra le Chiese, che ha visto confrontarsi, sabato 10 gennaio in Vicariato, il sottosegretario agli Esteri Mario Giro, Fabrizio Battistelli, presidente dell’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo e il sacerdote e giornalista padre Giulio Albanese.

Padre Giulio è direttore della rivista “Popoli e Missione”. Ha sempre raccontato la tragedia delle guerre, soprattutto le più dimenticate, partendo dalla voce dei missionari che operano sul campo. Conosce bene le ragioni dei conflitti che insanguinano l’Africa. Sa che non ci sono «nobili» ideali sociali o religiosi che armano quelle mani ma «interessi e responsabilità anche della nostra società, quella occidentale». Interessi economici per lo più. «In Nigeria lo 0,5% della popolazione trattiene il 75% della ricchezza dell’intera nazione. È questo uno dei fattori – ha affermato il sacerdote – a rendere fertile il terreno per ogni tipo di fondamentalismo».

Non ci sono «buoni e cattivi». Padre Giulio ha voluto chiarire come sia importante, anche da parte della stampa occidentale, non semplificare gli scenari descrivendo come «complicate» situazioni che invece sono «altamente complesse»: «È facile cadere al manicheismo riassumendo la realtà in maniera semplicistica». Per questo, parlando delle guerre dimenticate, padre Albanese ha citato tanti fattori che creano un «mosaico perverso»; dall’appartenenza alla massoneria che accomuna i presidenti e i dittatori africani, agli interessi economici da parte della super potenze, Cina in testa, in Repubblica Centrafricana per l’estrazione dell’uranio. Si nutrono di tutto questo le «guerre per procura» che le grandi potenze occidentali muovono in Africa per accaparrarsi le risorse strategiche.

Di «resistenza» a due grandi «tentazioni» ha parlato invece Fabrizio Battistelli: «la sfida è far sì che nessuna violenza riporti l’Europa in una guerra mondiale. Non dobbiamo accettare – ha aggiunto Battistelli – che il terrore riesca a farci ridurre i diritti umani tanto faticosamente conquistati nel corso dei secoli». Ma la minaccia è concreta; a ricordarcelo ci sono i morti europei e quelli africani. Per il sociologo Battistelli la necessità di affrontare il male è un argomento «complesso», appunto, che trova in Sant’Agostino «una soluzione laica e politica». È nella «città dell’uomo» che bisogna operare con «tutti i mezzi che abbiamo a disposizione»; «quella di Dio, la città ideale, ancora non ci riguarda». Per Battistelli bisogna «educare al sistema dei diritti e dei doveri che caratterizza la nostra società, iniziando dalla scuola dell’obbligo; riappropriandoci di quell’insegnamento fondamentale e dimenticato che è l’educazione civica».

A livello governativo, il «Mondo in guerra» – evocato dal titolo dell’incontro – deve essere gestito «con lucidità e con la consapevolezza che ogni qualvolta hanno parlato le armi abbiamo scoperto che sono state inutili». A sottolinearlo è stato il sottosegretario agli Affari Esteri Mario Giro, secondo il quale l’Europa «mancando di ambizione» si è disinteressata delle complesse questioni geopolitiche che, fino a qualche tempo fa, restavano confinate al di fuori dell’area Shengen ma che in questi giorni, inevitabilmente, hanno sfondato la porta di casa nostra. «Quando i Paesi del Vecchio continente non avranno più paura di cedere pezzetti della propria sovranità a favore di una maggiore sicurezza, sarà possibile scambiarsi informazioni d’intelligence e intervenire tempestivamente, con un unica voce, sulle questioni diplomatiche più importanti». È «un obbiettivo» ancora «lontano», ha concluso Giro; gli attentati che nel 2004 hanno colpito Madrid, nel 2005 Londra, e negli scorsi giorni Parigi, ce lo dimostrano.

 

12 gennaio 2014