Siria, Un ponte per: l’accordo di Sochi non apre una stagione di pace

L’ong italiana, ancora operativa nel nord est del Paese, commenta l’intesa raggiunta tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan

Una nuova tregua di 150 ore per consentire alle milizie curde di abbandonare tutta la “fascia di sicurezza”, oltre 400 chilometri di territorio del nord. Turchia e Russia condurranno pattugliamenti congiunti fino a 10 km entro il territorio siriano oltre il confine turco, a est e ovest dell’area in cui è stata condotta l’operazione turca nel nord della Siria, esclusa Qamishli, principale centro curdo nell’area. Sono alcuni dei nodi principali dell’accordo raggiunto a Sochi martedì 22 ottobre tra il premier russo Vladimir Putin e il premier turco Erdogan. I combattenti curdi intanto hanno dichiarato di aver concluso il ritiro dalla zona sicura nel nord est della Siria, in rispetto dell’accordo siglato tra Stati Uniti e Turchia. Il capo delle forze democratiche siriane (Fds) Mazlum Abdi ha comunicato in una lettera al vice presidente americano Mike Pence di aver ritirato «tutte le forze Ypg» dalla zona.

All’indomani della sigla dell’intesa, è l’ong italiana Un ponte per – ancora operativa nel nord est della Siria grazie alla presenza del suo staff locale e alla collaborazione con il suo partner, la Mezzaluna Rossa Curda – a esprimere criticità. «Il trasferimento forzato dei profughi siriani è un crimine contro l’umanità. Positivo il cessate il fuoco che consentirà alle organizzazioni umanitarie di proseguire nell’opera di sostegno alla popolazione civile», affermano dalla ong, ribadendo, tuttavia, «il diritto di tutta la popolazione profuga a rientrare nelle proprie case e città in sicurezza».

Ancora, l’ong denuncia come «un crimine contro l’umanità ogni tentativo di utilizzare i milioni di profughi siriani rifugiati in Turchia come massa di manovra per cacciare la popolazione curda dai propri territori». Vista l’incertezza sul livello di agibilità che avranno le organizzazioni umanitarie nella Safety zone proclamata dalla Turchia «che l’accordo di Sochi concede di fatto ad Ankara», Un ponte per esprime «preoccupazione per i civili che si troveranno alla mercé delle truppe jihadiste, già artefici di esecuzioni sommarie e violazioni dei diritti umani. E denuncia il rischio che Daesh (Isis) riprenda vigore e torni ad assumere un ruolo centrale in tutta l’area».

La conclusione: «Non crediamo che con Sochi si sia aperta una stagione di pace. Le ragioni che hanno spinto alla guerra Erdogan originano nella crisi economica interna. La guerra – sostiene Upp – è la benzina che serve per rinfocolare il nazionalismo e mettere a tacere il dissenso». In questi giorni «sono state inferte numerose ferite al diritto internazionale, il territorio siriano è stato occupato manu militari, 200mila persone sono già fuggite e c’è il rischio concreto di operazioni di sostituzione etnica», affermano Alfio Nicotra e Angelica Romano, co-presidenti di Upp, per i quali «l’accordo di Sochi non deve spingere la Comunità internazionale a revocare l’embargo sulle armi alla Turchia, che per il momento è stato solo annunciato e non ancora attuato».

L’ong ribadisce dunque «con forza» la richiesta di un embargo sulle armi alla Turchia «immediatamente operativo su tutti i sistemi d’arma già in produzione e non solo sulle future commesse» e insiste «nel richiedere il ritiro del contingente militare italiano dalla Turchia e il rientro in Italia della batteria antimissilistica dispiegata a difesa dello spazio aereo turco». Confermato intanto «l’impegno al fianco delle vittime della guerra e a sostegno della sperimentazione democratica, laica, femminista, ecologista, plurietnica ed inclusiva che è andata concretizzandosi in questi anni nel nord est della Siria».

In concreto, Un ponte per rilancia e intensifica la campagna di raccolta fondi “Dalla loro parte”, avviata per sostenere il suo partner, la Mezzaluna Rossa Curda, e invita la popolazione a partecipare alle manifestazioni che si terranno il 26 ottobre a Milano e il 1° novembre – anniversario della liberazione di Kobane da Daesh – a Roma.

23 ottobre 2019