«Sdegno e amarezza». Scelgono queste parole, dal Movimento per la vita (Mpv), per commentare la sentenza con cui nella serata di ieri, 25 settembre, la Corte costituzionale si è pronunciata sulla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio assistito, in determinati casi. La Consulta, osservano, «ha calpestato le regole della democrazia arrogandosi un potere che non le compete. Gravissimo anche il fatto che non siano stati ascoltati i forti inviti e i richiami a portare il dibattito in seno alle istituzioni che rappresentano i cittadini». Una «prepotenza», la definiscono, che «avrà purtroppo i suoi effetti nefasti sulla solidarietà. Verranno meno le ragioni profonde della prossimità e dell’assistenza. Con tutte le drammatiche conseguenze sul Servizio sanitario nazionale».

L’assunto del Mpv è che «la sofferenza non si combatte con il farmaco letale ma con la terapia del dolore e le cure palliative. È chiaro che dietro l’introduzione sociale del suicidio assistito come dell’eutanasia c’è una cultura che non sa riconoscere la dignità umana nei malati, nei disabili, negli anziani e strumentalizza il tema della libertà. È la cultura dello scarto». Di fronte a questi scenari però «è necessario reagire e non soccombere. Ci resta la speranza – concludono – che il Parlamento intervenga almeno per evitare le peggiori derive; che la coscienza dei medici si rifiuti di collaborare ad atti che cagionano la morte; che la medicina palliativa e la terapia del dolore sia davvero diffusa su tutto il territorio nazionale». Ancora, resta la speranza «che si rinforzino autentici legami e relazioni di autentica solidarietà, perché come abbiamo detto tante volte la morte si accetta e non si cagiona». Questa, è la conclusione del Movimento per la vita, «è civiltà».

26 settembre 2019