Terra Santa, Pizzaballa: «C’è un prima e un dopo il 7 ottobre»

Il patriarca latino di Gerusalemme in una conferenza stampa organizzata da Aiuto alla Chiesa che soffre. «Quando la guerra finirà come sarà la vita a Gaza?»

«Penso che il culmine della guerra a Gaza sia alle nostre spalle». Il patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa lo ha dichiarato nei giorni scorsi, intervenendo alla conferenza stampa online organizzata dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), sul tema “Cristiani in Terra Santa: un altro Natale senza pace?”. Nell’analisi del cardinale, il riferimento alla tregua in Libano tra le milizie di Hezbollah e l’esercito israeliano. «Il cessate il fuoco con Hezbollah influenza anche Gaza e Hamas – ha aggiunto -. La mia impressione è che nelle prossime settimane o mesi arriveremo a un compromesso». Tuttavia, ha rimarcato, «la fine dell’ostilità militare non è la fine del conflitto, per la quale ci sarà bisogno di trovare una soluzione politica duratura e solida». E ancora: «Quando l’operazione militare finirà, come sarà la vita a Gaza? Chi ci sarà? Ci vorranno anni per ricostruire, e sono sicuro che il confine con Israele rimarrà chiuso, quindi qual è il futuro per queste persone?».

Nella Striscia in questo momento, ha riferito il patriarca, la situazione è drammatica. «Quasi nessuno lavora più e il 90% delle persone è sfollato. Si vive nell’emergenza, e non mancano solo cibo e medicinali, ma anche l’educazione scolastica. È una situazione economico-sociale vicina al collasso che tocca anche le terre cisgiordane della Palestina, che vivono grazie ai pellegrinaggi e al turismo religioso, oggi totalmente fermi». A preoccupare di più è la «attuale atmosfera di sfiducia in Terra Santa» e il livello di odio. «L’incitamento all’odio, il linguaggio del disprezzo, la negazione dell’altro, sono molto problematici – sono ancora le parole di Pizzaballa -. Abbiamo avuto altre guerre – ha spiegato – ma c’è un prima e un dopo il 7 ottobre, perché il tipo di violenza che ha avuto luogo e l’impatto emotivo sulle rispettive popolazioni è stato enorme. Mentre gli eventi sono stati una sorta di “Shoah” per gli israeliani, per i palestinesi ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre è una nuova “Nakba”, un tentativo di espellerli dalla loro terra».

In questo contesto i cristiani, nonostante siano solo l’1,5% della popolazione della Terra Santa – «non sono una Chiesa morente ma una Chiesa viva», ha sottolineato il porporato – sono «in una posizione privilegiata per contribuire a ricostruire le relazioni. Poiché siamo così piccoli e politicamente irrilevanti, abbiamo la libertà di connetterci con tutti. Dove ci sono così tante ferite e divisioni, essere in grado di riconnetterci è una delle principali missioni per il futuro». Per Pizzaballa, la speranza «non può, essere confusa con la fede in una soluzione politica a breve termine alla crisi. Se identifichi la speranza per il futuro con una soluzione politica, non c’è speranza, perché non c’è una soluzione a breve termine. Spero di sbagliarmi – ha aggiunto -. Ma temo di non sbagliarmi».

Se la speranza, invece, è intesa come «atteggiamento di vita, un modo di vedere la realtà della tua vita con fede», allora «siamo in grado di vedere qualcosa che trascende, va oltre la realtà oscura in cui ci troviamo. E questo è ancora possibile». Lo testimoniano, nella riflessione del cardinale, «persone meravigliose che vedo ovunque, da Gaza alla Cisgiordania, Gerusalemme e Israele, pronte a impegnarsi per fare qualcosa per gli altri. Dove ci sono questi atti di amore disinteressato – ha evidenziato -, c’è speranza, significa che è possibile cambiare qualcosa. Forse non possiamo cambiare la situazione macropolitica, ma possiamo cambiare qualcosa dove siamo, e questo è ciò che mi conforta».

Dal patriarca di Gerusalemme anche parole di gratitudine verso la fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, impegnata da anni in progetti in Terra Santa e che dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 ha intensificato il suo supporto. Secondo la presidente esecutiva Regina Lynch, «grazie ai nostri benefattori siamo stati in grado di fornire più di 1,2 milioni di euro in aiuti di emergenza ai cristiani, in particolare in Cisgiordania e a Gaza, proprio come risposta alla crisi acuta. I progetti supportati includono cibo di emergenza, acqua, forniture di medicinali e creazione di posti di lavoro». La missione della fondazione però, ha rivendicato, «non è solo quella di fornire sostegno materiale ai cristiani di Terra Santa, ma è soprattutto quella di pregare per loro e dare loro voce, oltre che promuovere la riconciliazione e la pace tra i gruppi religiosi ed etnici».

12 dicembre 2024