Tra gli oggetti di Auschwitz, il racconto dell’annientamento

Lo storico Marcello Pezzetti al viaggio della memoria organizzato dalla Regione Lazio, davanti alle immagini di capelli, abiti, scarpe, occhiali tolti ai deportati

È il tristemente noto cancello sormontato dalla scritta “Arbeit macht frei“ e cioè, in tedesco, “il lavoro rende liberi”, che ieri pomeriggio, 15 aprile, ha accolto gli oltre 500 studenti delle scuole secondarie superiori del Lazio, in questi giorni impegnati in Polonia per il viaggio della memoria organizzato dalla Regione Lazio. Ad Auschwitz, il vasto complesso di campi di concentramento e di lavoro situato nelle vicinanze della cittadina di Oswiecim, ci sono tanti altri simboli e oggetti che descrivono la disumanizzazione realizzata nei confronti dei deportati ebrei tra il 1941 e il 1945.

A loro è stato reso omaggio con un breve momento commemorativo, vissuto semplicemente in silenzio, e la deposizione di una corona di fiori, donata dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, davanti al muro delle fucilazioni. Raccolti in preghiera insieme agli studenti, anche il sopravvissuto Samuel Modiano con la moglie, la presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello e Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah della Capitale.

La corona offerta dalla Regione Lazio

«Lo scopo di questo luogo, dove furono sperimentati la prima camera a gas e il primo forno crematorio, era distruggere un nemico biologico – ha spiegato lo storico Marcello Pezzetti che accompagna gli studenti in queste giornate -, prima di tutto annientandone la mente». Questo raccontano le migliaia di scarpe, occhiali, pezzi di pentolame e capi di vestiario esposti nelle vetrine all’interno dei vari blocchi: privati e spogliati di tutto, i prigionieri non potevano conservare più alcun legame con la vita fatta di semplicità e quotidianità.

Ogni gesto, «anche banale, ma considerato sbagliato dai tedeschi, come dividere con un compagno affamato il pane o non togliere in tempo il cappello in segno di rispetto al passaggio di un militare nazista – ha proseguito la guida del gruppo dei giovani laziali -, equivaleva alla punizione severa patita nel blocco 11, la prigione nella prigione».

L’edificio attiguo, il numero 10, era invece deputato alle sperimentazioni scientifiche, in particolare la sterilizzazione delle donne – un medico con 10 aiutanti poteva arrivare a sterilizzarne 1000 al giorno – così che la razza ebrea fosse in tutti i modi impossibilitata a riprodursi. «Perché l’amore e il generare la vita – ha spiegato ancora lo storico – erano l’unica libertà che i prigionieri potevano esercitare». E infatti furono tanti i bambini nati durante il tempo della deportazione; 232 mila quelli che vennero rinchiusi, nel corso della guerra, nei campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau, ma solo 650 quelli trovati in vita una volta che il secondo conflitto mondiale ebbe fine.

Di forte impatto il passaggio all’interno dei blocchi 4 e 5, le piccole strutture in muratura «dove potevano arrivare a vivere anche 1200 persone: su letti di 90 centimetri di lunghezza – ha raccontato ancora Pezzetti – dormivano anche in tre». Qui, oggi, è conservata una parte dei 18 quintali di capelli umani suddivisi in sacchi da 20-25 kg: «Vennero tagliati alle persone uccise nelle camere a gas – ha chiosato lo storico – perché erano preziosi per la produzione di tessuti e l’industria tessile tedesca: un chilo valeva 5 marchi tedeschi». Anche questo dice «l’orrore realizzato in questi luoghi sulle persone – ha sottolineato Pezzetti-, su tante, troppe persone se pensiamo che la capigliatura di un essere umano, in media, pesa 50 grammi».

16 aprile 2019