Ue: vietare il velo al lavoro non è discriminazione diretta
Il pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione sul caso di una musulmana licenziata in Francia per non aver voluto toglierlo
Il pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione sul caso di una musulmana licenziata in Francia per non aver voluto toglierlo. Ucoii: «Sentenza di mercato»
È arrivato alla Corte di Giustizia europea il caso di una donna musulmana licenziata in Francia per essersi rifiutata di togliere il velo sul luogo di lavoro. E la Corte si è pronunciata a favore del datore di lavoro. «Il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro – è spiegato nella sentenza -, non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali ai sensi della direttiva».
Secondo la Corte, che ha valutato il caso alla luce della direttiva sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, «la norma interna non implica una disparità di trattamento direttamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali». Potrebbe tuttavia, sottolinea la Corte, rappresentare una discriminazione «indiretta», qualora venga dimostrato che l’obbligo di abbigliamento neutrale comporta un particolare svantaggio per le persone che aderiscono a una determinata religione o ideologia. Ma anche in questo caso, la «discriminazione indiretta può essere oggettivamente giustificata da una finalità legittima, come il perseguimento, da parte del datore di lavoro, di una politica di neutralità politica, filosofica e religiosa nei rapporti con i clienti».
«Una sentenza di mercato, non una sentenza di valore». Così la definisce il presidente dell’Unione delle comunità islamiche in Italia (Ucoii) Izzedin Elzir, imam di Firenze. «E se l’Europa decide di seguire il mercato – prosegue -, rischia che il rispetto per la libertà dell’essere umano prima o poi verrà cancellato». La Corte era stata chiamata a pronunciarsi in realtà su due casi, avvenuti in Francia e in Belgio, entrambi riguardanti il diritto di indossare il velo islamico sul posto di lavoro. Il presidente Ucoii avverte subito che la sentenza deve essere contestualizzata: «La situazione italiana è diversa, ma certamente questo pronunciamento della Corte non aiuta la convivenza pacifica. Si stanno costruendo muri mentali che purtroppo fanno breccia su muri di diffidenza purtroppo già esistenti».
Izzedin Elzir parla della diffusione, sia negli Stati Uniti che in Europa, di «un clima di paura e islamofobia dove gli spazi di libertà stanno diminuendo di giorno in giorno e stanno diminuendo in nome di una laicità che anziché favorire l’accoglienza della diversità, incoraggia l’esclusione. Si tratta di una deriva che non giova a nessuno – evidenzia -. Limitare gli spazi di libertà ha già condotto diversi Paesi, nel corso della storia, verso il totalitarismo e il pensiero unico». L’imam spiega che «il velo per una donna musulmana è parte integrante della sua fede religiosa come la sua preghiera e il suo digiuno. Impedirle di portare il foulard è come dire alla donna di non pregare, di non digiunare. Qui è stato violato un principio cardine dell’Europa: quello della libertà personale e della libertà religiosa. 70 anni fa abbiamo combattuto per queste idee,ma stiamo tornando a discriminazioni per fattori religiosi, nonostante le nostre Costituzioni le garantiscano».
14 marzo 2017

