Una testimonianza diretta per non scordare chi soffre

Marzo 1981, la visita ai paesi di Irpinia e Basilicata colpiti dal terremoto e gemellati con la diocesi di Roma

Terremoto in Campania e Basilicata, tre mesi dopo. Le iniziative di solidarietà continuano, sarebbe inesatto affermare il contrario, ma il grosso pubblico, che vive lontano, non sa più se esista un piano preciso e ordinato di ricostruzione. Queste notizie non occupano più (come si temeva) le prime pagine dei giornali né del resto può essere obiettivamente considerato una colpa l’affievolirsi di interesse da parte dell’opinione pubblica: gli avvenimenti incalzano in ogni settore della vita sociale, più che mai si impone una serie divisione dei compiti. Ecco allora (ci ripetiamo, forse, ma quanto detto sopra ce ne dà piena giustificazione) l’importanza del gemellaggio.

Appena ieri la Caritas romana sottolineava l’importanza di questa istituzione: i gemellaggi – si afferma – sono una testimonianza di comunione tra Chiese locali e vengono stabiliti particolarmente in momenti di sofferenza e di difficoltà, allo scopo di assicurare un sostegno morale e materiale alle comunità colpite da calamità. Nel nostro caso i gemellaggi vogliono promuovere una condivisione di beni tra la nostra comunità e le comunità dei territori terremotati del Mezzogiorno per tutto il periodo più acuto della ricostruzione, che si può ipotizzare in 2-3 anni, con l’impegno di personalizzare i rapporti tra comunità, attraverso i contatti tra gruppi, famiglie, persone, scambio di valori e di esperienze.

Parole da mettere in pratica, da tradurre in fatti concreti. Eccoli: le 35 prefetture della nostra diocesi sono già al lavoro in altrettanti centri sconvolti dal sisma. Lavoro che. è ovvio, non può mai essere del tutto autonomo, individuale. La Caritas Italiana non può, né vuole, risolvere da sola ogni problema ma è invece in grado di intervenire con un piano di ricostruzione che non è poi nient’altro se non l’immediata ripresa dei piani pastorali già previsti da quelle Chiese locali e purtroppo così brutalmente interrotti. Siamo stati in quei luoghi nei giorni scorsi. Il desiderio di vederli dal vivo, di avere un’esperienza diretta, di portare ad altri una testimonianza cosciente e reale diventava sempre più impellente.

Ad Avellino, pur sotto la pioggia e il fango delle strade, la vita, è dinamica, pulsante, le attività sono riprese. Alla Curia incontriamo il vescovo, monsignor Venezia. Avellinese, da 30 anni alla guida della diocesi, ha potuto far fronte grazie alla sua esperienza ai primi, difficili momenti del novembre scorso. Ma i problemi rimangono, e sono tanti. In un largo spiazzo, numerosi monoblocchi giunti dall’Olanda aspettano di essere utilizzati mentre accanto famiglie numerose abitano piccole roulottes. Ci addentriamo nella provincia. A Mercogliano, il grande palazzo della scuola materna delle Suore di Montervergine è in parte distrutto, in parte pieno di crepe. A Torchiati, frazione di Montoro superiore, troviamo le roulottes della Caritas Austriaca, dove stanno lavorando i ragazzi di San Roberto Bellarmino: lavoro duro, reso più difficile dalla mancanza di mano d’opera specializzata. Preturo è invece una frazione di Montoro inferiore, il suo nucleo maggiore di case è poco visibile dalla strada statale, i lavori di demolizione non sono ancora cominciati, il parroco ci accompagna tra persone forse deluse e sfiduciate ma non per questo prive di volontà di voglia di ricominciare daccapo.

Rientriamo. Tornare a Roma vuol dire incontrare quelle realtà che nelle zone terremotate sono le prime da evitare: retorica, interessi di parte, speculazioni politiche. Altri forse avranno di mira questi obiettivi, Certo non i gemellaggi della diocesi. (Massimo Giraldi)

1° marzo 1981